Locri ed il Caso Calabria

Non permettemmo a nessuno di zittirci attraverso timori umani o considerazioni temporali e, senza mai annacquare messaggi od essere malintesi, indipendentemente da preoccupazioni, da opposizioni o da critiche, intravedemmo ed indicammo valori di verità – giustizia – libertà, per i quali ci battemmo e in Aspromonte ne riconobbero il valore

'NdranghetaNon ci fu chiesto di vivere con gli occhi bassi, ma di spalancarli per vedere bene tutte le bellezze e le miserie. Schierati contro ogni povertà, determinata dagli sfruttamenti, e contro ogni cultura mafiosa, espressione di taluni rappresentanti delle istituzioni, capaci di manipolare fatti e veridicità della vita quotidiana. Fummo strumenti per la liberazione e la promozione della giustizia, attenti ad ascoltare le grida degli ultimi e dei disuguali, perché tutti potessero vivere con dignità, e non solo nel godimento dei beni o nell’esercizio del potere. Non permettemmo a nessuno di zittirci attraverso timori umani o considerazioni temporali e, senza mai annacquare messaggi od essere malintesi, indipendentemente da preoccupazioni, da opposizioni o da critiche, intravedemmo ed indicammo valori di verità – giustizia – libertà, per i quali ci battemmo e in Aspromonte ne riconobbero il valore. C’era chi guardava con sospetto, dall’alto in basso, e trattava con disprezzo, perseguendo e negando ogni forma di giustizia. Fu il Presidente della Repubblica Cossiga ad intervenire sul caso Calabria, quando diedero l’incarico al Consiglio Superiore della Magistratura di avviare un’indagine conoscitiva. Venne esposta in una memoria la situazione degli uffici giudiziari di Locri diventati, insieme agli organi investigativi, una sorta di avamposto della lotta alla ‘ndrangheta, dove si affrontavano i grossi nodi della Locride, della Calabria, del Sud, esposti in diverse sedi e in più occasioni. Era la Prima linea, il Fronte più esposto, dov’era urgente innovare la mentalità investigativa e metodi di lavoro.

I contesti erano gravati dall’impossibilità di contrastare il fenomeno mafioso perché sconosciuto ai molti. Il pool, composto da magistrati e carabinieri della “Squadra”, che pure aveva dato i suoi frutti, non c’era più, fu smantellato. In un clima sempre più rovente, dove ormai era tangibile una sorta di alta tensione, nella cittadina jonica, incendiarono l’automobile del giornalista Paolo Pollichieni, corrispondente da Locri dell’Agenzia Ansa e della Gazzetta del Sud. Ignoti, dopo aver rotto il finestrino dell’Audi 80, cosparsero l’interno di benzina e diedero fuoco. Andarono distrutte altre vetture parcheggiate lì vicino e furono danneggiati i pali del telefono. Anni prima, avevano sparato alla stessa macchina numerosi colpi di pistola, per intimidire il Giornalista che invece ebbe la reazione contraria: denunciò fatti e persone permettendo di realizzare la penultima, quanto mai articolata e complessa, indagine di polizia giudiziaria, divenuta storica, sull’Ospedale di Locri (l’ultima indagine sarà compiuta a seguito dell’uccisione di Giuseppe Fortugno), che colpì i santuari della ‘ndrangheta di Locri. Per gli investigatori non ci furono dubbi, si era trattato di un attentato di mafia da mettere in collegamento con l’attività giornalistica di Pollichieni, uno dei cronisti più impegnati nel denunciare la “normalizzazione” delle attività di indagine e i tanti, troppi, misteri che avvolgevano la Locride. Articoli che squarciavano il velo dei “sepolcri” imbiancati di Locri. Fatti gravissimi, che miravano a ledere il diritto alla libertà di stampa e quello dei cittadini ad essere informati. La richiesta di chiarimenti avanzata da Cossiga ebbe forti ripercussioni, ma a pagare sarebbero proprio i P.M. che, con le loro drammatiche denunce d’agosto, ebbero il coraggio di riportare alla luce lo stato in cui versava la giustizia giudiziaria e la lotta alla ‘ndrangheta. Per finire come nel caso Palermo, dopo la denuncia di Borsellino, con Falcone dalla sua parte. L’iniziativa di Cossiga smosse in profondità le acque in ogni caso e non solo a Locri. Alla luce del richiamo del Capo dello Stato, a Catanzaro, nei palazzi della politica, ci fu fermento.

La Giunta regionale espresse apprezzamento per l’iniziativa di Cossiga. “Per troppo tempo”, aggiungeva Rosario Olivo, “in Calabria si è avuto un allentamento della tensione istituzionale. Più volte abbiamo sottolineato la gravità dei problemi della giustizia e dell’ordine pubblico. Qui ci sono ormai zone franche come l’Aspromonte”. Ricordava che la Giunta calabrese, mesi prima, aveva consegnato al Presidente Cossiga un promemoria sui problemi della Regione in cui, in priorità, c’era la lotta alla mafia e lo stato della giustizia. Era la Calabria ad avere bisogno di maggiore attenzione per aprire una nuova stagione nella lotta contro la ‘ndrangheta e per favorire lo sviluppo della Regione. L’intervento di Cossiga, che non produsse reazioni tra i partiti politici, avrebbe voluto impedire la “normalizzazione” perché la lotta alla mafia era reale e andava oltre le iniziative ad effetto come le operazioni militari in Aspromonte. Mentre il Msi chiedeva, attraverso il vice segretario del partito, Raffaele Valensise, un’inchiesta parlamentare specifica sul caso Calabria, c’era un aspetto della realtà di questa terra che veniva rimosso o negato: le affinità elettive, i “valori” comuni tra ‘ndrangheta e non, riconosciuti come universali, al di là delle strumentalizzazioni o differenze con cui erano praticati e sentiti, ad essere vissuti da fette di società civile che condividevano il modello ‘ndranghetista, gestore dei rapporti sociali. Era un modello di società, all’interno della quale la propensione a delinquere aveva conquistato parte della popolazione, capace di influenzare la politica, le amministrazioni, l’economia, ed era il “controllo del territorio” a dare un potere pervasivo a tutto campo. Una forza che si fondava su una funzionale divisione dei compiti tra “camorristi di sangue” e “camorristi di seta”, com’erano battezzati già nell’800. Un fenomeno criminale che aveva radici di massa e consenso sociale che travalicava i confini del crimine e si poneva come problema sociale, culturale e politico, con la consapevolezza che per sradicarlo occorreva ripensarlo senza veli, superando le tradizionali impostazioni scientifiche e formative. Neanche la più onesta ed impegnativa volontà politica avrebbe potuto eliminare fenomeni di cui si ignoravano aspetti importanti o di cui si disconoscevano i legami forti con altre dimensioni e convinzioni della società, pur nelle differenze che assumeva l’agire criminale. I cosiddetti “camorristi di sangue” erano più visibili e costituivano il braccio militare della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, materializzando una violenza la cui brutalità sconvolse l’opinione pubblica, impietrita da una crudeltà che travolgeva colpevoli e innocenti, giovani e pensionati, bambini e donne, in un’orgia di sangue e di ferocia che, nell’uccidere, non aveva eguali nelle cronache italiane. I “camorristi di seta” erano meno visibili, ma più pericolosi. Erano i “colletti bianchi”, che mettevano in rapporti di relazione e di interesse mondo politico e delle istituzioni, mondo degli affari e della finanza, malavita organizzata e organizzazioni mafiose, dietro paraventi di rispettabilità e di pulizia, nascondendo la violenza omicida e la puzza di cadavere e di morte di un certo denaro, di una ricchezza che, come ricordava a tutti San Francesco da Paola, ove si spezzasse la moneta che la rappresentava, gronderebbe sangue. Purtroppo, i santi capaci di costringerci a guardare questa dimensione drammatica e brutale del denaro non camminano più su questa terra. Una raffigurazione inquietante, per una ribellione interiore poetica e radicale. Un’Anima nera, perduta e rifiutata dal potere, la cui esistenza potrà essere riscattata dalla solidarietà praticata in Aspromonte, per una crescita umana senza garanzia,  aiutando la cultura a sposare la vita, quasi alle porte del mistero.

Cosimo Sframeli