A Reggio Calabria l’iniziativa dal titolo “no alla droga. Educhiamo alla vita, per non rassegnarci

CeresoDal 1987, su impulso delle Nazioni Unite, ogni anno il 26 giugno si celebra la Giornata Mondiale di Lotta alla Droga. Obiettivo: contrastare il narcotraffico e sensibilizzare la popolazione e l’opinione pubblica su un fenomeno quanto mai attuale. Tra gli studenti 1 su 5 dichiara di aver usato almeno una volta cannabis o altre droghe cosiddette leggere, e di questi i ¾ si dichiarano consumatori abituali. Ma tra i giovani tra i 15 ed i 19 anni circa il 4% dichiara di aver usato la cocaina, e quasi il 3% dichiara di aver assunto sostanze senza neanche sapere quali fossero. Il tutto mentre se da un lato le smart drugs aprono nuove frontiere “futuristiche”, dall’altro a fargli da contraltare c’è una pericolosa recrudescenza dell’eroina. Per questo, ora più che mai, è importante parlarne, rilanciando i temi educativi e rimettendo al centro l’importanza della relazione e della dimensione personale. Proprio in quest’ottica il Ce.Re.So. (Centro Reggino di Solidarietà) – ha inteso promuovere, lo scorso 23 giugno, un momento di riflessione presso i saloni della Caritas, diocesi Reggio Calabria – Bova. In un percorso di ampio respiro portato avanti in sinergia con la FICT (Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche) il Cereso si rende  portavoce, a livello territoriale,  del messaggio federativo: “No alla droga: educhiamo alla vita per non rassegnarci”. “Qui è iniziato tutto – ha spiegato don Piero Catalano, presidente e fondatore del Ce.Re.So.   insieme a Totò Polimeni – Educare alla vita, è questa l’idea che ci ha spinto sin dall’inizio ad intraprendere questo percorso. Da 25 anni andiamo avanti, vogliamo – dobbiamo – essere la voce di un mondo che purtroppo è sommerso”.  Di droga non si parla più. Nonostante gli ultimi dati della relazione al Parlamento raccontino in maniera molto chiara una realtà in cui l’assunzione di droghe coinvolge oltre il 50% dei giovani, oggi il fenomeno viene ignorato. Se ne parla in casi eccezionali, alimentando la curiosità morbosa legata a fatti di cronaca particolarmente eclatanti e offrendo spesso una visione assolutamente superficiale. “E’ necessario educare alla relazione, educare alla comunità ed educare la comunità a prendersi cura delle fragilità che crea”. Luciano Squillaci, presidente della FICT – la Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche – lo ha detto  chiaramente: “Il dramma della tossicodipendenza riguarda tutti, nessuno si può sentire assolto”. Da un lato, dunque, una  società assolutamente indifferente ai temi della povertà e dell’esclusione sociale, distratta, che ha perso la capacità di indignarsi: “La sensazione è che ormai ci sia un diffuso sentimento di resa di fronte alle dipendenze, una normalizzazione che porta ad una sorta di pericolosa ineluttabilità degli abusi. La società del consumo accetta senza battere ciglio che tra questi possa esservi anche la sostanza. Sara aveva sedici anni, è morta per overdose da eroina. Come possiamo accettarlo?”. Dall’altro un Governo assente, che non risponde, che non facilita il confronto tra Governo ed attori del sistema sociale e sanitario che consenta di strutturare strumenti adeguati di intervento: “E’ evidente il completo abbandono governativo in cui è lasciato il mondo delle dipendenze – ha detto Squillaci – Ad oggi il Governo non ha inteso conferire neanche una delega politica al tema delle dipendenze. Qui non si tratta di non volersi occupare del problema, siamo ancora più a monte: non ci si pone neanche la questione”. Non un’emergenza, piuttosto una situazione che c’è da parecchio tempo e che ora è al collasso proprio a causa del disinteresse generale: “Sono le nuove dipendenze la vera emergenza – ha sottolineato Squillaci – il gioco d’azzardo, ad esempio. E sono più subdole, perché si intrecciano con altre problematiche, diventando solo una parte del problema. Per questo non possiamo continuare a ragionare per categorie: dobbiamo mettere al centro la persona, nella sua complessa e straordinaria unicità”. E’ la comunità Archè insieme al centro semiresidenziale “Don Tonino Bello” in Sambatello (Rc) il cuore pulsante del Ce.Re.So. E’ lì che tutto prende forma ed è lì che, grazie alla metodologia “Progetto Uomo”, si restituisce dignità e speranza alla Persona: “Lavoriamo sui valori fondamentali dell’uomo: l’onestà, l’amore responsabile, la fiducia e il rispetto di sé e degli altri, la solidarietà. Progetto Uomo è amare”. Lorenzo di Raco, coordinatore area  Terapeutica del Ce.Re.So. ha spiegato l’importanza del lavoro svolto all’interno delle comunità: “La persona è il principale attore di questo percorso di recupero, ma non è l’unico. Fondamentale per noi è il sostegno ai familiari. Spesso -  soprattutto se pensiamo alle nuove dipendenze come ad esempio il gioco d’azzardo – si rivolgono a noi interi nuclei familiari. E’ un lavoro complesso, che noi portiamo avanti con impegno e dedizione”.

“Educhiamo alla vita”, dice lo slogan. Fondamentale infatti – a dispetto della latitanza del Governo nazionale – il lavoro di prevenzione svolto sul territorio. Il Ce.Re.So in questo senso fa scuola: sono tante le attività che Centro svolge sul territorio, in collaborazione con scuole, istituzioni, enti del Terzo Settore: “La prevenzione rappresenta sicuramente l’elemento fondamentale per il cambiamento”. Lidia Caracciolo coordinatrice dell’area prevenzione ha illustrato l’importante lavoro che viene svolto a livello territoriale -  dal progetto “Volontariamo” a “Promossi sul campo” – perché i ragazzi capiscano l’importanza del vivere in relazione con l’altro : “E’ fondamentale l’aspetto educativo. Per questo motivo, nonostante non ci siano fondi specifici per la prevenzione, da sempre il Ce.Re.So. ha creato delle sinergie per creare occasioni di confronto, condivisione, approfondimento tematico ma anche di esperienza: ai nostri ragazzi non bastano le parole, dobbiamo dare di più per una corretta promozione del benessere”. La parte conclusiva dello slogan -  per non rassegnarci – sintetizza la tenacia con cui il Ce.Re.So. in questi 25 anni è andato avanti, pensando sempre al futuro, ma mai abbandonando le sue radici. A novembre ci sarà un importante momento celebrativo, un punto d’arrivo che segna anche un nuovo punto di partenza: “Andremo a rileggere la nostra storia, proprio nel 25° della nostra attività, da sempre incentrata sull’attenzione alla persona e che attraverso un metodo, un progetto è diventata uno stile di vita. Noi sappiamo che qualsiasi persona, messa nelle condizioni favorevoli e con le risorse personali, è capace di trasformare questo problema in un progetto”. Maria Angela Ambrogio, direttore generale Ce.Re.So, ne è convinta: “L’umanità si può riscoprire solo attraverso la cura e l’accompagnamento della persona, che è  attenzione  reciproca, e si fonda sulla logica dell’Auto Aiuto”. Un momento importante, quello di novembre, per guardare al futuro, mantenendo sempre i piedi ben saldi nelle radici: “Rileggeremo i volti e le storie delle persone che hanno dato vita al Ce.Re.So. ma ci porremo anche delle domande per strutturare delle strategie innovative”. Radici che vanno custodite ma che devono diventare ulteriormente generative. Don Nino Pangallo, padrone di casa e fedele amico del Ce.Re.So.,  ha sottolineato l’importanza del fare, sempre, senza perdersi in sterili momenti autocelebrativi: “La Caritas non è solo colei che da, ma aiuta a formare ed educare. Dalle radici solide che noi in questi anni siamo riusciti a ben radicare, bisogna partire e non fermarsi”. (Valeria Guarniera).