Reggio Calabria, mercoledì la presentazione del Comitato reggino per il NO alla riforma costituzionale

referendum trivelle (1)Mercoledì 04 maggio 2016 alle ore 11 presso la Biblioteca del Palazzo della Provincia verrà presentato il Comitato reggino per il NO alla riforma costituzionale da parte del suo gruppo dirigente e del coordinatore dott. Vincenzo Vitale.

RATIO E MISSION Il COMITATO REGGINO PER IL NO ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE

Partendo da un’attenta lettura e analisi del vissuto politico italiano, ha lo scopo di dar vita a iniziative tese alla promozione di un’idea di riforma costituzionale che non coincide con quella presentata dal Governo Renzi e oggetto del referendum confermativo del prossimo mese di ottobre, per come previsto dall’art. 138 della Costituzione. Il Comitato non è un coagulatore di interessi elettorali partitici ma, composto da liberi cittadini senza casacche di partito, intende pragmaticamente stabile sinergie e azioni comuni con altri simili Comitati che, pur nascendo da gruppi e associazioni con una visione diversa e anche distante di bene collettivo, trovano un comune denominatore nel non condividere la riforma costituzionale fatta approvare dal tandem RenziBoschi.

 Partendo dalla considerazione che la legge di riforma della seconda parte della Costituzione, ove confermata dal voto referendario, comporterebbe di fatto la fine dell’attuale Repubblica parlamentare senza però introdurre un assetto istituzionale più rappresentativo ed efficiente, Il Comitato pensa che si stia determinando il concreto rischio, anche per effetto della legge elettorale recentemente approvata, di trasformare le nostre istituzioni in uno squilibrato ibrido che non ha uguali in alcuna democrazia occidentale. Naturalmente il Comitato non intende promuovere la salvaguardia dell’esistente, bensì la necessità di un’azione che, nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione, sia finalizzata all’approvazione di un complesso organico e coerente di riforme costituzionali che preveda: 1) il rafforzamento del potere esecutivo mediante l’elezione diretta e popolare del Presidente della Repubblica, Capo del Governo; 2) il monocameralismo con l’abolizione tout court del Senato; 3) il contestuale rafforzamento del potere di indirizzo e di controllo del Parlamento, eletto con una legge elettorale che coniughi rappresentatività e governabilità *** Questi tre punti sostanziali sono determinati da una serie di valide motivazioni: La riforma costituzionale oggetto del Referendum, che modifica numerosi e fondamentali articoli della nostra Carta, è stata approvata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale dichiarata in più parti incostituzionale dalla Corte costituzionale. La circostanza che a intestarsi la titolarità e la paternità politica della riforma sia il Governo nella persona del Presidente del Consiglio e non il Parlamento, è la prova evidente che la riforma è stata concepita e approvata in un ottica personalistica e di parte. Il fatto che il Presidente del Consiglio abbia subordinato la prosecuzione della propria attività politica alla vittoria del SI al referendum, conferisce allo stesso il carattere di plebiscito sull’azione del Presidente del Consiglio, procedura del tutto estranea alla tradizione della nostra democrazia. Il Presidente del Consiglio sostiene di avere abolito il Senato. È falso: le Camere restano due ma con l’aggravante che una di esse (appunto il Senato) sarebbe composto da consiglieri regionali e sindaci, cioè da soggetti eletti dai cittadini con un mandato molto diverso rispetto a quello di far parte di una Camera con funzioni fondamentali come l’approvazione delle leggi costituzionali. Quel che è stato abolito è unicamente il diritto dei cittadini di eleggere direttamente i senatori. Il Presidente del Consiglio rivendica il presunto merito di aver semplificato il processo legislativo riportando alcune competenze dalle regioni allo Stato. Tace, però, sul fatto che le Regioni avrebbero un peso istituzionale maggiore di quello odierno perché il Senato di pressoché esclusiva nomina regionale determinerebbe inevitabilmente, in ragione della sua stessa composizione, l’aumento del contenzioso istituzionale e del conflitto tra poteri dello Stato, con conseguente aumento della incertezza del diritto. Il Presidente del Consiglio sostiene che la riforma è necessaria per ammodernare il sistema politico istituzionale. In realtà la concentrazione di maggiori poteri in capo al Governo non viene bilanciata da alcun contrappeso di rango costituzionale e finirebbe per limitare anche il ruolo di controllo e di garanzia del Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale e finanche del Parlamento. Si creerebbero, così, i presupposti per una pericolosa involuzione in senso autoritario della nostra democrazia: si metterebbero, infatti, le sorti della nostra Repubblica nelle mani di una minoranza elettorale senza un adeguato bilanciamento dei poteri.