Raccolta Infinitesimi Planetari di Rocco Giuseppe Tassone

img106La raccolta Infinitesimi Planetari di Rocco Giuseppe Tassone, abbraccia e compendia un lungo viaggio attraverso i filoni della cultura del post-simbolismo, dell’ermetismo e post-ermetismo, delle più recenti tendenze letterarie. Nel senso di una lenta digestione e di una metabolizzazione; nella rielaborazione personalissima di una scrittura poetica consegnata all’autenticità e a una cifra originale e inconfondibile. A monte, dunque, ci sono riferimenti di grande portata. E, tra tutti, a mio parere spicca la lezione di Alfonso Gatto, come una delle fonti illuminanti nel cammino di Tassone, il quale, oltre tutto, va indicato come esempio di coerenza e di serietà nel suo essersi affidato al tempo senza cedere a tentazioni e fantasmi. A individuare l’ermetismo di Tassone, basta quell’analogismo vertiginoso delle immagini che si dichiara ovunque nei sui versi. A considerarlo, nello sviluppo maturo, vanno richiamati da una parte la pregiudiziale musicale che decide della poesia di “Scioglie il tramonto il suo nodo” e dall’altro l’uso inventivo che l’autore fa del metro e della rima e, a ben guardare, delle stesse strutture sintattiche. Si può dire di Tassone che, nei lunghi anni del suo lavoro poetico, sia rimasto fedele fino all’ossessione ai propri temi e ai propri modi; chiudendo la sua poesia nel cerchio limpido e perfetto di una melodia risultato dell’orchestrazione, dell’accordo musicale, della concertazione. Traspare la natura di quel “canto umile, fatto di ritrosia”, di cui parla anche Carlo Bo, e che “non si risolve mai né in inno né in elegia”. Il canto dolente di natura esistenziale si pone come scelta discriminante oltre che come vocazione, si fissa come dichiarazione meditata di un cammino senza ritorno in cui i gesti non possono che essere sempre e solo definitivi. Così, dalle riflesse immagini della donna amata “Non oso chiederti amore ma”, dalla presenza ricomposta delle figure care “io che vivo nei ricordi”, dall’inventario delle vicende minime “mentre paesi diroccati stentano animosamente”, dalla lambente morte onnipresente, dai paesaggi ripescati in fondo all’anima, viene l’ammissione del riconoscersi parte di un tutto, rispetto a un retroterra al quale si dichiara convinta adesione “L’onda mormora tremendamente,/rode l’arenile e porta, nel mistero/dei suoi abissi, tutti i ricordi,/tutte le emozioni, tutti i pianti”. Lo sguardo di Tassone è netto. La sua consapevolezza gli permette di testimoniare dell’intermittenza per cui bene e male, palpito vitale e desiderio oscuro di morte si agitano e convivono nel cuore degli uomini “E quando quel giorno verrà,/ora che il mio tempo/è più nel passato che nel futuro,/voglio andarmene silenziosamente solo”. La contraddizione misteriosa e sorprendentemente produttiva è bene espressa nel verso che ricomprende il titolo del libro “appagato d’essere stato per un istante/un insignificante granello/degli infinitesimi planetari”; con quella grande, poderosa forza dell’amore, che si manifesta con evidenza nell’universo. Tutto, nella poesia del Tassone, vive in una intermittenza dominata da una direttrice: il tempo che passa e trasforma, la morte. Una morte che tuttavia, mentre fa sparire, non riesce a cancellare. E la voce della morte non è affatto un’ossessione, quanto invece una misura di consapevolezza; nel rapporto, nel colloquio con le ombre. E la presenza dei morti è sostanza stessa della visione, dell’invenzione fantastica “voglio andarmene silenziosamente solo:/né un pianto, né una lacrima/manco un vago pensiero,/nella certezza che tutto è finito,/mentre l’universo continuerà a vagare”. La vera morte terribile è quella che caratterizza certi uomini che “tra i cieli si vedono solo saette/che spargono sangue: piange Parigi”. Perché una vita senza speranze, senza sogni, senza fantasia, paradossalmente risulta esclusa proprio dalla realtà; ed è ben poca cosa rispetto alla gradazione di sfumature, alla stratificazione di potenzialità, che invece la caratterizzano. Nella poesia di Rocco Giuseppe Tassone il centro stesso dell’Universo, l’Uno e il molteplice sono chiaramente influenzati dalla filosofia di Plotino, dove anche la Verità si nasconde dentro l’enigma della morte, facendo in fondo trarre origine al mistero dell’esistenza e dell’equilibrio dell’Universo.

Giovanni Cardona