Il sacramento dell’ultima cena di Salvador Dalì: un symbolum iconologico tra fede e inconscio

L'Últim_Sopar_(Dalí)Per il percorso mensile di riflessione spirituale attraverso l’arte che Monsignor Letterio Gulletta ha presentato giovedì 5 maggio nella Chiesa di S. Francesco di Paola, l’opera scelta è stata Il sacramento dell’ultima cena di Salvador Dalì, un artista inusuale, apparentemente scomposto e ritenuto da molti blasfemo. Il pittore surrealista nelle sue opere sceglie di lavorare sulle emersioni dell’inconscio, grazie anche all’influenza di due grandi conosciuti personalmente: Sigmund Freud e il gesuita Teilhard De Chardin. Artista complesso, ossessionato dalla geometria dei numeri che nelle sue opere diventano cifra di ricerca delle proporzioni, secondo la regola aurea. Parlando di fede, afferma chiaramente di non credere all’esistenza di Dio e i toni in dissolvenza, il dire e non dire contenuto nelle sue opere sono il segno, più che di un blasfemismo ostentato, di una finitezza tipica dell’umano che solo nella dissolvenza dell’inconscio può vedere realizzate in un unicum le categorie degli opposti. Il sacramento dell’ultima cena, nome dato al dipinto dal direttore della National Gallery of Art di Washington, nasce nel 1955 come tentativo di Dalì, di destrutturare L’ultima cena di Leonardo, proponendone una versione prodotta dall’impatto dell’inconscio con la realtà. Il paesaggio che fa da sfondo alla scena è quello che egli vede dalla finestra di casa sua, la baia di Port Lligat, in Spagna: non si riconosce un cenacolo, ma una mensa immensa e curatissima che ospita però solo un bicchiere di vino i cui riflessi si estendono per tutta la lunghezza della tavola e una pagnotta spezzata, a disposizione di tutti e di nessuno, che diventa prossimità dell’osservatore. Tutt’intorno i dodici apostoli, immersi nel mistero e al centro Cristo, che emerge dal mare con sembianze particolari: i tratti del volto, infatti, sono quelli di Gala, la donna amata dal pittore presente in diverse sue opere. Tra Cristo e il cielo vi è il riferimento di un altro corpo glorioso con braccia allargate e tese, un Cristo senza volto che trasfigura se stesso per salvare l’umanità rigenerata a vita nuova. L’intera esperienza, irradiata dalla luce dell’alba, premessa di un giorno nuovo, si compie in una struttura solida, rigorosa e perfetta, un dodecaedro inscrivibile in una sfera, che rappresenta la perfezione cosmica, l’armonia dei cieli. Il ricco simbolismo che emerge da questo dipinto può essere percepito solamente da uno spirito orante, con la capacità di trasfigurarlo in una teologia della salvezza.

 Rachele Gerace