Reggio Calabria, chiusura OASI: durissimo sfogo del presidente di Confindustria, “così si aiuta la mafia”

oasi reggio calabria (2)Il presidente di Confindustria Reggio Calabria, Andrea Cuzzocrea, commenta sul proprio profilo facebook la chiusura dell’OASI da parte del Comune di Reggio Calabria con un duro sfogo che riportiamo integralmente:

SOLIDARIETÀ AI FLLI SCARAMUZZINO. L’elenco delle aziende inghiottite e distrutte dalle informative interdittive cresce giorno per giorno. L’ultimo esempio in ordine di tempo è quello dei fratelli Scaramuzzino. Sull’altare di una giusta lotta alla criminalità, che va anzi rafforzata nella sua efficacia, si usano strumenti non degni di uno stato di diritto che raggiungono l’unico obiettivo di desertificare sempre di più il territorio e di non aggiungere nulla, anzi paradossalmente aggravare la presenza mafiosa”. 
“E’ pacifico in giurisprudenza che l’informativa antimafia non debba provare l’intervenuta infiltrazione o il condizionamento ma debba solo dimostrare sufficientemente la sussistenza di elementi dai quali è deducibile il tentativo o il rischio di ingerenza ancor prima del suo concreto realizzarsi. L’attivazione dei meccanismi di prevenzione, dunque, vien fatta prescindere dall’accertamento di un fatto giuridico, al cui verificarsi la norma ricolleghi la produzione di determinate conseguenze; la scelta di rilasciare un’informazione di tipo interdittivo, risulta ancorata a valutazioni per lo più scaturenti da relazioni interpersonali o familiari con soggetti coinvolti in vicende giudiziarie, al di fuori dall’accertamento di fatti giuridicamente rilevanti, o comunque dalla pendenza di procedimenti penali”.

OASI Reggio“Questo però finisce per condurre a conseguenze aberranti: per salvare l’impresa dalle mani mafiose (sacrosanto) si decide di darle chiudere. Ed è inaccettabile in una città come questa. È come se il medico dello Stato non conoscesse la cura della malattia e dunque imponesse a tutti l’eutanasia.
Il criterio utilizzato, discutibile in sé, lo è soprattutto se applicato all’ambiente reggino, dove finisce inevitabilmente con l’attirare nel vortice del sospetto una parte rilevante dell’economia, essendo PURTROPPO estremamente facile, per chi opera in questo territorio, entrare in relazioni o assumere contatti con soggetti coinvolti in procedimenti penali”.
“Il numero delle aziende coinvolte in provvedimenti interdittivi ( al T.A.R. risultano registrati circa più di 150 ricorsi in cinque anni ) sta lì proprio a dimostrarlo. Adagiarsi sugli attuali metodi, significa accogliere, in linea di principio, l’idea che l’infiltrazione mafiosa nell’economia si possa sradicare chiudendo le aziende, un po’ come pensare di combattere la povertà eliminando i poveri.
A questo proposito persino il presidente dell’ANAC Cantone (Il resto del Carlino, intervista del 10 febbraio 2016) ha ammesso che lo strumento va profondamente rivisto portandolo nell’ambito della giurisdizione, lasciando al prefetto un potere di proposta ed ai Tribunali la decisione, facendolo entrare quindi nel novero delle misure di prevenzione”.

Andrea Cuzzocrea .“Occorre dunque interrogarsi sul rapporto tra l’efficacia dei metodi sin qui utilizzati per il rilascio delle informazioni antimafia, in funzione del contrasto del condizionamento mafioso nell’economia, e gli effetti che il loro utilizzo in grado di determinare sul tessuto economico e su quello sociale. Al contrario, tutti dovremmo convenire che la ‘ndrangheta si debella combattendo l’emarginazione attraverso il lavoro, e promuovendo tra le popolazioni il senso dello Stato: di uno Stato che è comunità prima che ordine, e le cui decisioni non sono e non debbono apparire come frutto di cieca autorità, che susciti ripulsa e ribellione piuttosto che consenso e condivisione.Interrogativi che i primi a porsi dovrebbero essere i rappresentati politici se ancora esiste la politica in grado di analizzare consapevolmente e con coraggio questi temi per porvi i dovuti correttivi prima che sia troppo tardi”.