Messina, omicidio De Francesco: per le autorità inquirenti è stato un barbaro regolamento di conti

Gli arresti scattati ieri testimoniano l’impegno profuso, a fari spenti, dalle autorità. De Francesco avrebbe picchiato uno dei suoi assassini, che per vendetta avrebbe ordito l’attentato mortale. Smentita l’idea della gambizzazione: i tre responsabili, due dei quali sono già stati fermati, hanno agito per uccidere il figliastro di Giovanni Tortorella

De FrancescoGli arresti di ieri, eseguiti nei confronti di Rosario Maccari e Giovanni D’Arrigo, dimostrano come, negli ultimi giorni, il lavoro sottotraccia delle autorità inquirenti sia stato costante e continuo: soltanto operando con meticolosità le forze dell’ordine sono riuscite a ricostruire la vicenda dell’omicidio di Giuseppe De Francesco, il ventenne assassinato sabato 9 aprile nelle strade di Camaro, giungendo alla formulazione delle accuse di favoreggiamento nei confronti dei due soggetti fermati martedì. Adesso è caccia all’esecutore materiale del delitto, attorno a cui il cerchio si sta progressivamente stringendo. Il figliastro ventenne di Giovanni Tortorella, già in carcere con una condanna definitiva per associazione mafiosa in seguito all’inchiesta “Case Basse”, è stato freddato intenzionalmente. Su questo, almeno, non sembrano esserci dubbi, dato il referto dell’esame autoptico e la tipologia di proiettili usati. Il killer, secondo le ricostruzioni degli investigatori, viaggiava a bordo di un motorino guidato da Maccari. Gli spari sarebbero stati l’epilogo di un regolamento di conti: un mese fa, in seguito alla morte di un ragazzo a seguito di una gambizzazione, De Francesco impose la chiusura delle attività commerciali a San Paolo, ma un negozio – quello degli artefici del delitto – rimase aperto. La furia di De Francesco si abbatté sul nipote del titolare, violentemente pestato nei giorni successivi. Da qui l’idea della vendetta, con un’operazione criminale che puzza di mafia più per i metodi che per i moventi. Non a caso i pm sembrano non voler contestare l’aggravante ai soggetti fermati, pur essendo questi considerati molto vicino ai clan locali. Il 46enne fermato dai carabinieri non avrebbe negato apertamente il suo coinvolgimento, limitandosi – nelle prime ore – a una dichiarazione lapidaria: “i figghi ‘un si toccunu“. Parole che confermerebbero, sia pur indirettamente, il quadro tracciato sinora.