“É un mondo difficile”, il titolo del primo libro scritto da Francesco Iriti

copertina finale-libro“É un mondo difficile”, il titolo del primo libro scritto da Francesco Iriti, giovane del Sud Italia impegnato fin dall’adolescenza a scrivere per diverse testate giornalistiche, cartacee ed on line, che decide, ad un certo punto della propria vita, di riporre maggior fiducia in se stesso cimentandosi nella realizzazione di quest’opera. L’elaborato è considerato, dalla maggior parte dei lettori, autobiografico ma sembrerebbe più essere il risultato di un’elaborazione psicologica complessa compiuta dallo scrittore. Nello specifico, si presenta come una risposta all’esigenza personale di poter avere uno spazio ove compiere l’integrazione di due mondi: quello reale e quello fantastico, a quest’ultimo appartengono sogni oramai infranti ma anche ancora ardenti. L’autore, infatti, dopo l’elaborazione del passato, volge lo sguardo ad un tempo futuro, custode di speranze, aspettative e progetti. Presenti anche narrazioni di vicende costruite ad hoc ed inserite, nel corpo dell’opera, con il solo intento di tenere alta l’attenzione del lettore e suscitare, in quest’ultimo, vari spunti di riflessione. Sono tante le tematiche emergenti: complesse dinamiche familiari; dinamiche relazionali amicali; processo di elaborazione del lutto; amori adolescenziali ed amori maturi; lotte interiori, tra moralismi ed istinti; conseguenze della vigenza di norme sociali rigide; l’impossibilità di poter dare soddisfazione ai propri bisogni nel contesto natio e l’essere, di conseguenza, costretti ad emigrare; l’esigenza di raggiungere tutte le tappe evolutive ed affermare socialmente la propria adultizzazione, sia tramite la conquista di un’indipendenza economica, che esclusivamente il lavoro può dare, sia grazie alla possibilità, solo successiva, di poter comporre un proprio nucleo familiare. Tutte le tematiche affrontate confluiscono e si snodano all’interno di uno dei temi più utilizzati anche in letteratura: il viaggio. Il viaggio come percorso di vita, il viaggio compiuto da Cisko, protagonista del libro, il viaggio, parallelamente, compiuto dallo scrittore che tenta fortuna lontano dai propri affetti. Un viaggio quindi fisico e psichico, quello al quale ci riferiamo, metafora di crescita, una crescita possibile solo se maturata nel tempo e con sacrifici, grazie alle scelte compiute, alle consapevolezze acquisite, alla capacità di accettare una vita che troppo spesso si rivela eccessivamente diversa da come l’avevamo immaginata, ed in ultimo, grazie alla capacità di discernere le “cose” da lasciare andare rispetto a quelle da trattenere e per le quali lottare. Un viaggio circolare, quello descritto da Iriti, che non lascia spazio a desideri verso traguardi indefiniti e spazi infiniti da navigare ma che ci permette di cogliere uno dei suoi desideri più intimi: concludere il proprio viaggio facendo ritorno lì dove tutto ebbe inizio, è il richiamo delle proprie radici, è il sapore dell’appartenenza, il desiderio di non vivere nel vuoto ma in un “tempo compiuto”. Quest’opera è un chiaro grido ad andare oltre ciò che è immediatamente visibile agli occhi. Emerge quanto il sentirsi accettati sia condicio sine qua non per poter avere il coraggio di essere se stessi e mostrarsi come tali.

La maggior parte dei personaggi possiede dei mondfrancesco-iriti autorei interni in netto contrasto con ciò che lascia apparire solo in funzione del tentativo di ubbidire alle esigenze della società, percepite come oppressive e repressive. Cisko, in particolare, appare portare con se le cicatrici di tutte le parole che non riesce a pronunciare: un bambino prima, un adolescente ed un uomo dopo, incapace di chiedere aiuto, incastrato nell’armatura del personaggio forte, capace di risolvere qualunque problema da solo, una corazza, costruita nel tempo, della quale non riesce a liberarsi neanche crescendo. Una lotta con se stesso, che il protagonista del libro porta avanti, nell’illusione e nella speranza che le proprie fragilità rimangano invisibili agli Altri, altri a cui non riesce a fare veramente “spazio” perché troppo impaurito dall’intimità relazionale. Non è esiguo lo spazio che nell’opera viene dedicato all’amore: un amore romantico e fiabesco, legato a concetti come la fedeltà, i “per sempre” e i “vissero felici e contenti”, archetipi forse un po lontani per una società come la nostra: una società liquida che inneggia una libertà fatta di vuoto e che percepisce le relazioni stabili e durevoli nel tempo, come un ostacolo al dispiegarsi della volontà di godimento, come un residuo moralistico da eliminare. Presenti anche riferimenti agli stereotipi di genere: è delineata una netta distinzione tra il ruolo femminile e maschile. L’uomo, eroe, giunge nella vita della donna, donzella in pericolo, per salvarla dalle insidie della vita. Tutte le donne dell’opera sono descritte come fragili ed in attesa del proprio salvatore; è soltanto nelle parti conclusive delle varie storie che è consentito un “riscatto” della figura femminile. La donna infatti si rivela essere desiderio ardente che ispira le azioni dell’uomo, unica fonte terrena di pace e appagamento, la vera forza, la guida, la salvezza di quell’eroe così apparentemente forte, deciso, prestante quanto vulnerabile, fragile e smarrito perché incapace di riconoscere le proprie debolezze, di comprendere i propri bisogni e di rispondere ad essi, di instaurare e costruire un rapporto maturo, adulto, con se stesso e di elaborare in maniera funzionale i propri vissuti in cui è rimasto ingabbiato. Un libro, questo di Iriti, “estensione della memoria e dell’immaginazione”, volendolo definire usando le parole di Jorge Luis Borges. Uno scritto di lettura scorrevole, semplicissima ed immediata. Particolarmente indicato agli adolescenti ai quali potrebbe consentire una facile identificazione con i personaggi, suscitare in loro esperienza emotiva ed agevolarli nel contattare parti intime di se stessi, spesso, a quell’età, di non semplice condivisione e per questo generatrici di “sofferenza” psichica.