Crotone in Serie A, la favola dell’umiltà. E nella Reggio delle invidie impera ancora la presunzione

Il Crotone in serie A, un momento di grande festa e orgoglio per la Calabria mentre a Reggio c’è chi ancora vive gonfiandosi il petto di un passato che non c’è più

LaPresse/Antonino D'Urso

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Il Crotone è in Serie A: nuovo orgoglio della Calabria. E’ il trionfo dell’umiltà, una lezione straordinaria per tante altre piazze calcistiche che dal piccolo Leicester d’Italia hanno tanto da imparare. Non è frutto del caso questa promozione: è una notte di grande festa a Crotone, ma possiamo già guardare oltre anche perché che i pitagorici avrebbero conquistato la promozione aritmetica era chiaro già da diverse settimane. Quando in Serie A erano arrivate, sempre in modo trionfale e inaspettato, le altre due calabresi della storia (prima il Catanzaro, poi la Reggina) l’avevano fatto sempre soffrendo fino all’ultima giornata, invece stavolta il Crotone ha ammazzato il campionato, sempre in testa dall’inizio alla fine, asfaltando tutti i record e scrivendo una straordinaria pagina di storia.

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E’ stata una cavalcata trionfale che abbiamo seguito passo passo da agosto con entusiasmo crescente, nonostante per gran parte della stagione sia stata accompagnata da un becero, scontato e ignorante scetticismo. Come se Carpi e Frosinone o, ancora prima, Sassuolo, Empoli, Chievo Verona e Udinese, (tanto per rimanere negli ultimi anni) non avessero insegnato nulla. La vita e il calcio ogni giorno continuano a dimostrare che di scontato c’è poco o nulla, e lo scetticismo mai può essere giustificato, soprattutto nello sport: chi è convinto che tutto vada sempre come da pronostico, che le favole non possano esistere, che insomma “il Crotone non può andare in serie A”, è stato costretto per l’ennesima volta a ricredersi di fronte alla realtà dei fatti.

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Crotone è una lezione per com’è arrivata questa promozione. Una società solida, seria, che in 25 anni ha portato questo club dalla Terza Categoria ad una delle più stabili e fiorenti realtà di B: negli ultimi 16 anni infatti il Crotone ha militato 12 stagioni in serie B, e negli altri 4 sempre ai vertici della Lega Pro/Serie C (due volte culminate con la promozione). Ha sfornato grandi campioni di caratura internazionale, e adesso l’arrivo nel paradiso del calcio italiano: la serie A. Una società professionale, un territorio affamato, una tifoseria calorosa, una progettualità importante. Questi gli ingredienti di un mix vincente che ha alla base di tutto l’umiltà. Il Crotone ha lavorato in silenzio, senza pretendere nulla, conquistandosi il rispetto di tutti con i fatti. Non ha un Centro Sportivo, non ha un campo in cui allenarsi, per le partite e gran parte degli allenamenti usa lo Stadio Ezio Scida che è comunale e può ospitare al massimo 9.600 tifosi. Un impianto assolutamente normale per una cittadina di 60.000 abitanti: proporzionalmente e numeri alla mano il Granillo di Reggio è più piccolo perché può ospitare un massimo di 27.500 tifosi in una città di 185.000 abitanti.

crotone festaMa Reggio mai come oggi è la città delle invidie e della presunzione: una parte della tifoseria amaranto non riesce proprio ad accettare il fatto che il Crotone sia in Serie A mentre la Reggina sia sparita, ed ecco che trova spazio la nostalgia delle immagini zeppe di polvere di 10, 15, 20 o 40 anni fa. Una sorta di “gara” ai numeri (“noi eravamo trentamila!“) per quella che è stata una tifoseria straordinaria come quella amaranto, nel momento in cui la favola calcistica era in riva allo Stretto. Ma è un messaggio fuorviante. Provinciale. Ignorante. Come se per Crotone il fatto di essere una cittadina di 60.000 abitanti fosse una colpa. Semmai la colpa è di Reggio, se una delle 10 Città Metropolitane d’Italia non riesca ad esprimere una squadra di calcio nel professionismo, e oggi fatichi a competere persino con i borghi della provincia o dell’entroterra siciliano come mai era accaduto nell’ultracentenaria storia amaranto.

crotone piazza ultrasSemmai la colpa è di Reggio se quel tesoro che era la Reggina è sparito nell’indifferenza in vicende torbide, accadute la scorsa estate e su cui ancora in molti non vogliono aprire gli occhi, tra coloro che non sono stati complici dei fatti – ormai noti – che hanno spinto il glorioso club amaranto fuori da quella categoria che aveva difeso in modo eroico vincendo due derby con il Messina nel giro di 5 giorni e risvegliando l’entusiasmo della tifoseria.

Il fatto che Crotone sia una piccola realtà esalta ulteriormente i meriti del trionfale approdo in serie A. Anche perché i numeri non contano mai quanto lo stato d’animo. Negli ultimi anni di serie A la Reggina poteva contare su 8.000 abbonati, meno degli spettatori che in media ha fatto quest’anno il Crotone in serie B. E quella era sempre una città di 185.000 abitanti, non una cittadina di 60 mila come Crotone. La scomparsa della Reggina è stata la scomparsa dell’entusiasmo di una città e di una tifoseria che avevano spinto in alto la società amaranto nei tempi di gloria, e allo stesso modo l’hanno riportata in basso fino a sprofondare negli abissi in un ambiente avvolto dalla presunzione. Quella presunzione che oggi porta la città a non accettare il Crotone in serie A, a continuare a sentirsi superiori. Ma superiori di che cosa? 

crotone piazza pitagora

Foto di Lucia Marino

Quella stessa presunzione che ha portato il pubblico amaranto a non accontentarsi più della salvezza in serie A. Si voleva qualcosa in più, l’Europa, la Champions, lo Scudetto. Bisognava “alzare l’asticella” (così dicevano). Invece la società non riusciva a fare più della salvezza, seppur tranquilla, a volte persino in primavera, fino a raggiungere 9 lunghissime stagioni di A. E questo al pubblico Reggino, ormai dal palato fino, non poteva andare più bene. Ed ecco che il ritorno in serie B nel 2009 è un inferno: bisogna vincere per forza, perché ormai chiamarsi Reggina equivaleva ad essere Juventus o Real Madrid. Così al Granillo giù a fischi e offese al primo errore del portiere, al primo passaggio sbagliato, al primo pareggio contro il Padova (2ª giornata) o sconfitta con il Vicenza (3ª giornata). E la squadra si disuniva. La stagione si comprometteva. Da quel momento è stato un susseguirsi di disfatte, anno dopo anno, intervallate da qualche piccola gioia mai goduta fino in fondo perchè ormai chi vestiva la maglia amaranto era condannato a vincere, se vinceva faceva il suo dovere, se perdeva era quasi come un delinquente. Un abisso fino alla Lega Pro e alla rinnovata presunzione di non potersela giocare con rispetto di Melfi, Ischia, Paganese. Sempre per quella convinzione che non sei più Reggina ma Juventus o Real Madrid. “Non ha senso continuare così, meglio fallire e sparire“. Ed eccoci qua. Serviva soltanto un po’ di umiltà, meno boria e più serietà, fino alla disastrosa stagione dei Dilettanti con la nuova società che proprio da questo punto di vista ha rappresentato l’emblema di questo tipo di atteggiamento. La scelta di tenere aperto tutto lo stadio come negli anni di serie B, come se fosse giustificato aprire tre settori su quattro vista la “straordinaria” mole di pubblico in arrivo. Eh ma siamo la Reggina. La scelta di strutturarsi con tutto il settore giovanile sin dal primo anno, la scelta di assumere uno staff societario che non si permette il lusso neanche la Juventus a Vinovo. La scelta di investire tanti soldi, almeno quanti quelli spesi da tutte le squadre che stanno ottenendo la promozione in Lega Pro vincendo il loro girone (e in alcuni casi anche di più, ci sono tanti club che stanno vincendo spendendo molto meno della nuova Reggina). Tutto questo per arrivare, bene che vada, quinti in classifica dietro la Vibonese, o forse persino sesti o settimi, fuori dai playoff e preceduti persino dal Due Torri. Dettato da quella stessa presunzione che porta ancora oggi l’ambiente reggino a sentirsi superiore del Crotone in Serie A. Ma superiore di che?

LaPresse/Alessandro Fiocchi

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Superiore per un passato glorioso che non c’è più? Superiore perché costretta a vivere dei ricordi di un tempo lontano, andato e sbiadito? Guai vivere nel passato senza farlo nel presente e pianificare il futuro. Il futuro del calcio meridionale ci indica che il Crotone può affermarsi come società importante in serie A, e ad accompagnarlo potrebbe essere un’altra piccola realtà come Trapani. A Crotone hanno fatto tutto ciò che a Reggio negli ultimi anni è stato rifiutato. Il progetto del nuovo stadio, che sarà a forma di arena greca con 18.000 posti a sedere, è già stato approvato dagli enti locali per il Crotone in serie A. Adesso la società sta mettendo su’ anche il progetto per il Centro Sportivo. E quello che stanno facendo Carpi e Frosinone sul campo in serie A dimostra che di scontato non c’è scritto proprio niente, anzi. Il Crotone può ambire alla salvezza senza remore di alcun tipo.

LaPresse/Alessandro Fiocchi

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Ecco, se anche la storia di Reggina e Catanzaro può dare una lezione a Crotone è proprio questa. Non dimenticatevi mai di questa pazza notte di gioia. Non dimenticatevi mai quant’eravate felici quel giorno in cui siete saliti in serie A. Ricordatelo sempre, di fronte ad ogni sconfitta, di fronte ad ogni difficoltà. Perché è vero che bisogna sempre pensare a migliorarsi, ad andare avanti, a crescere e progredire, ma è anche vero che non bisogna mai dimenticare le proprie origini, chi sei e da dove sei venuto. E il Crotone dei Vrenna ha iniziato il proprio percorso 25 anni fa nei campi di terra battuta della 3ª categoria. Era solo uno dei tanti “Crotone” che ogni domenica si affrontavano a Crotone. E’ emerso con sacrificio, competenza e umiltà. E soltanto se non dimenticherà mai le proprie origini potrà continuare a mantenere quest’umiltà anche nella massima serie, dove l’hanno persa prima Catanzaro e poi Reggina dimenticandosi chi erano, da dove venivano, ubriacandosi talmente tanto da non riuscire più a capire fino a quanto era giusto pretendere oltre anziché invece “accontentarsi“. Possiamo sembrare pazzi a dirlo oggi a Crotone: “accontentatevi se riuscite a salvarvi all’ultima giornata in serie A“. Oggi è il giorno della festa, a Crotone per le strade si sente urlare che “adesso  che siamo per un anno in A sarà fantastico a prescindere, possiamo anche perderle tutte“. Anche a Catanzaro e Reggio dicevano così il primo anno. Poi tutto è cambiato, ed è stato l’inizio della fine. E’ stata la presunzione che ha sostituito l’umiltà.

LaPresseAlessandro Fiocchi

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E nel futuro del calcio calabrese oltre il Crotone c’è davvero poco. C’è il Cosenza che di anno dopo anno sta crescendo e facendo sempre meglio, in prospettiva potrebbe essere la prossima società ad emulare i pitagorici ma difficilmente nell’imminenza. Oltre, c’è il deserto: il Catanzaro vive l’incubo di sprofondare in serie D e disputare il derby con il Sersale neopromosso dall’Eccellenza, sulla Reggina meglio stendere un velo pietoso. Bisognerebbe cercare di attrarre investimenti dall’estero, ma non si può pensare che qualche riccone arrivi ad investire facendo piovere soldi dal cielo. Bisogna andare a prenderlo, convincerlo, metterlo nelle condizioni di fare un investimento redditizio, quindi dandogli la possibilità di realizzare gli impianti idonei che siano al passo con i tempi e di assaporare l’entusiasmo e il calore che la gente calabrese ha sempre saputo regalare. Reggio ha avuto una grande occasione l’anno scorso con Nick Scali, ma l’ha fatto scappare a gambe levate. Alternative non sembrano essercene. In riva allo Stretto resta soltanto ormai il flebile lumicino di speranza per un clamoroso ritorno di chi troppo ingiustamente e immeritatamente è dovuto uscire di scena, a testa alta, dopo l’impresa eroica di Messina.

crotone a modenaPerché si può cadere ma si può sempre anche ripartire. Ma se alla città, anche dopo le sconfitte casalinghe con Scordia e Leonfortese, anche dopo la lezione di Crotone, anche dopo aver toccato il fondo mancherà quell’umiltà di cui tanto abbiamo parlato, e persisterà invece questa dilagante presunzione di essere i migliori (ma migliori di chi? E perché?), allora l’ambiente continuerà a produrre soltanto disastri a cui nessuno potrà mai porre rimedio. Di fronte all’impresa di Crotone, seppur con la comprensibile rivalità e il campanilismo di sorta, si può solo stare in silenzio e avere tanto tanto rispetto. Anche apprezzamento e un po’ di soddisfazione per una piccola realtà calabrese che ha scritto una favola straordinaria: tifiamo tutti Leicester e storciamo il muso per il Crotone, a maggior ragione a due passi da casa nostra? E’ un bel controsenso. Il controsenso della presunzione e dell’invidia. Il controsenso del “riggitano” medio.

LaPresse/Antonino D'Urso
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