L’ipocrisia dell’omicidio stradale e quelle sentenze rimaste lettera morta

Poche ore fa l’ennesima tragedia ha sconvolto la comunità di Messina: una ragazza di 14 anni è stata travolta da un’automobile e ha perso la vita. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha firmato in pompa magna il provvedimento che istituisce il reato di omicidio stradale. Una soluzione fittizia che serve come specchietto per le allodole

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

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Se bastasse una legge per rendere le strade più sicure, probabilmente potremmo tirare un sospiro di sollievo. Il Governo Renzi ha infatti varato una nuova fattispecie di reato, quella dell’omicidio stradale, laddove l’Esecutivo – seguendo l’esempio dei paesi del nord Europa – ha voluto rivedere le pene per chi guida con sprezzo del pericolo e noncuranza.

La nuova normativa impone sanzioni dure, dai 5 ai 12 anni di reclusione, per quei soggetti che al volante guidano in stato di grave ebrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Una pena che si riduce con una lieve sforbiciata, dai quattro agli otto anni, se l’incidente è causato invece da condotte potenzialmente pericolose (infrazioni, eccessi di velocità, ecc…). Nel testo vengono poi stabilite delle aggravanti qualora la Giustizia si trovi innanzi a un pirata della strada o se a morire durante il sinistro sono più persone.

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Tutto giusto? Non esattamente. Sull’onda emotiva dei fatti di Messina – laddove ieri sera la giovane Rebecca ha perso la vita in un tragico incidente ed il conducente dell’auto che l’ha travolta vantava un tasso alcolemico di là dagli standard consentiti – saremmo tentati di dire che il giro di vite corrisponde a un’esigenza avvertita dalla società. Un’esigenza testimoniata financo dai numeri, se è vero che in Italia il bilancio dei 180mila incidenti stradali con lesioni alle persone somiglia più che altro a una carneficina. Eppure, al netto di una contabilità mortuaria che ha un grosso impatto emotivo per qualunque persona di buon cuore, la legge non risponde a un reale interesse nazionale.

Non c’era, infatti, un vuoto normativo da colmare, una lacuna che bisognava riempire di contenuti per evitare l’impunità. Prova ne sia la mole di fascicoli giudiziari aperti contro soggetti più o meno noti alle autorità e accusati di omicidio colposo. Pensare che un provvedimento varato da Camera e Senato possa ridurre gli incidenti mortali è infantile e la totale assenza di lucidità di un simile ragionamento dovrebbe essere facilmente riconosciuta in una nazione abituata a varare pene severe contro corrotti e concussi, salvo ritrovarsi ciclicamente in balia di nuovi scandali. Ciò che manca in Italia è la certezza della pena, non la solidità di un impianto normativo che, anche nel caso di omicidio colposo, sa riconoscere torti e ragioni dei responsabili.

Quasi mai questi vengono assolti. Il punto, però, è che altrettanto sporadicamente scontano la sentenza che viene loro imposta, ritrovandosi con la patente in mano a dispetto del passato. E così, in un gigantesco gioco ipocrita, ci ritroviamo a parlare dell’ennesima tragedia e della necessità di un intervento profondo da parte di Palazzo Chigi. Una necessità reale, intendiamoci. Il problema è il mezzo con cui si intende raggiungere il fine: anni di requisitorie pubbliche contro l’immoralità di chi beve al volante non hanno ridotto il numero degli incidenti. Vuoi vedere che varando piani di mobilità urbana alternativi, potenziando il servizio pubblico e disincentivando l’uso delle auto, forse qualcosa si risolve?

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