‘Ndrangheta, l’ex sindaco di Rizziconi sotto scorta: “cosi ho salvato i miei figli”

ScortaAntonino Bartuccio vive sotto scorta da quasi due anni. L’ex sindaco di Rizziconi ha denunciato e fatto arrestare, nel giugno 2014, gli esponenti della famiglia Crea che, come emerso dall’operazione ‘Deus’, hanno per anni deciso chi doveva svolgere il ruolo di amministratore comunale. Nel 2010 riuscì a essere eletto perché la lista avversaria non venne ammessa alla competizione elettorale ma dopo poco tempo la sua giunta venne fatta cadere. Dopo la denuncia e gli arresti è costretto a spostarsi con la scorta, così come la sua famiglia compresi gli anziani genitori. Delle vicende legate al processo non vuole parlare perché “non ritengo giusto dire cose che potrebbero influenzare il dibattimento” ma la sua vicenda personale è stata al centro di un caminetto del Rotary al quale è stato invitato a parlare, dal titolo eloquente “E’ meglio accendere una lampada, che maledire l’oscurità”. “Non ho fatto nulla di straordinario, ho semplicemente fatto il mio dovere da cittadino e da organo rappresentante le istituzioni di questo grande e bellissimo Paese che è l’Italia”. Così Nino Bartuccio spiega la sua scelta di denunciare gli ‘ndranghetisti. “Ho seguito l’unica via che è percorribile anche quando sembra che le strade davanti a te sono diverse e, nel momento in cui ho dovuto farmi carico delle responsabilità collegate alla funzione ed al ruolo che ricoprivo, l’ho fatto. Niente di più normale, continuo a dirlo, ho fatto solo il mio dovere così come milioni di cittadini in Italia fanno quotidianamente senza allori ed onori”. Quando alle 6.45 del 4 giugno 2014 gli uomini della Polizia di Stato hanno bussato alla casa dell’ex sindaco, “non ho ben compreso la portata di ciò che stava accadendo e quanto diversa sarebbe stata la nostra vita da quel momento in poi”, racconta Bartuccio. E’ stato il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, a dargli la notizia. Da quel giorno era testimone di giustizia, poteva scegliere se andare in una località protetta o rimanere in Calabria e lui ha scelto di non abbandonare la sua terra. Davanti a Cafiero de Raho e ai magistrati, in Procura a Reggio Calabria, “rimasi impietrito per un attimo e poi senza alcuna esitazione -ricorda Bartuccio- dissi che non avevo fatto nulla di male per scappare e che quindi non volevo trasferirmi. Lui abbandonando il solito aplomb ha quasi esultato in segno di vittoria esternandomi la sua gioia personale per la scelta che avevo fatto. Mi disse: “Bene dottore, noi la proteggeremo a casa sua”. Da quel momento mi tranquillizzai anche se di stare tranquilli c’era ben poco”. Non è una vita facile, quella che oggi Nino Bartuccio, sua moglie, i due figli adolescenti, i suoi genitori stanno attraversando ma lui è sempre più convinto, e sostenuto dalla famiglia, di aver fatto la scelta giusta. E’ “certo di non averli messi in pericolo bensì di averli salvati. Sono certo di averli salvati dal cattivo esempio, sono certo di avergli insegnato a non abbassare la testa di fronte all’arroganza e alla prepotenza, sono certo che non dovranno vergognarsi di me, sono certo di avergli insegnato che alla violenza non si risponde con altra violenza e che la legalità non è una moda o qualcosa di astratto da praticare solo quando conviene ma anche e soprattutto quando comporta dei sacrifici”. Tanti piccoli segnali si muovono nella Piana di Gioia Tauro, alcuni positivi altri meno. Tra i positivi c’è l’esempio della donna che la mattina presto ha portato caffè, cornetti e cappuccino ai poliziotti che erano rimasti tutta la notte sotto la casa di Bartuccio, ringraziandoli per il loro lavoro. Oppure quello della signora che si è recata per tre volte allo studio dell’ex sindaco rimanendo contenta e soddisfatta solo nel momento in cui è riuscita a stringergli la mano. “Queste vicende apparentemente normalissime, se contestualizzate nel territorio in cui viviamo, hanno un forte sapore di straordinario”, dice Nino Bartuccio. La prima domenica successiva agli arresti, il Lions Club di Taurianova a cui lui era iscritto ha organizzato una sorta di scorta civica a sostegno della famiglia Bartuccio ma nello stesso giorno un altro episodio non è stato piacevole per loro. “Alla fine della celebrazione della Santa Messa, molti fedeli uscivano abbassando lo sguardo di fronte a me ed alla mia famiglia -racconta Nino Bartuccio- per evitare di salutarci oppure guadagnavano l’uscita laterale per non incontrarci. Quella fu una esperienza terribile. Il luogo in cui si va per rinvigorire la fede in Dio e per ricordare a se stessi la differenza tra il bene ed il male, diveniva teatro di indifferenza e di ulteriore sofferenza. Ero consapevole che molti di loro agivano in questo modo per paura di farsi vedere da altri, ero consapevole che stava iniziando la fase dell’isolamento che serviva alla ‘ndrangheta per riaffermare il potere sul territorio e sminuire ciò che era stato fatto per il mio paese”. Un altro caso si è verificato di recente, a Natale. Conoscenti hanno raccontato a Bartuccio dell’omelia del viceparroco in cui avrebbe fatto allusione alle colpe di “qualcuno” se in molte famiglie di Rizziconi i figli non potevano festeggiare il Natale insieme ai loro padri perché in carcere. Un episodio poi affrontato in una conversazione privata tra il parroco e lo stesso Bartuccio. Ma nonostante queste vicende lui va avanti, convinto più di prima: “Se ognuno di noi, un giorno accenderà una lampada l’oscurità non avrà più ragione di esistere”.