Messina, l’ombra di Gullotti: il boss che incarnava lo Stato-ombra

Chi è l’uomo tornato al centro della scena, qual è stato il suo ruolo nell’omicidio di Giovanni Falcone e come controllava il territorio con la legge del taglione

GULLOTTI Giuseppe

GULLOTTI Giuseppe

L’omicidio di Beppe Alfano non rientra fra i 17 atti efferati contestati ai 13 soggetti finiti in manette stamane. L’inchiesta dei R.O.S., volta a fare chiarezza su una serie di delitti commessi fra il 1993 e il 2012 nell’hinterland di Barcellona, non concerne la storia personale del giornalista, pur investendo sul piano investigativo colui che dette il mandato di esecuzione: Giuseppe Gullotti.

Dalle sue mani, secondo l’accusa, passa una lunga scia di sangue che ha segnato un ventennio di storia della criminalità organizzata messinese. Temuto boss di Barcellona, classe 1960, protagonista di diverse inchieste giudiziarie, divenne noto su scala nazionale per aver consegnato a Giovanni Brusca il telecomando utilizzato per far saltare in aria la vettura di Giovanni Falcone. In quella circostanza “l’avvocaticchio” – questo il suo soprannome – fu ritenuto uomo d’onore affidabile dai vertici della Cupola corleonese, tanto da assegnargli il compito di studiare il meccanismo che avrebbe “liquidato per sempre” il magistrato e la sua scorta.

capaci02Ma c’è di più: perché il temuto padrino – già marito di Venerina Rugolo, figlia del boss Francesco Rugolo, storica colonna portate del mandamento barcellonese – non lesinava rapporti con illustri membri della società civile. Il suo nome compare, ad esempio, nell’elenco degli iscritti alla Corda Fratres, un circolo della provincia che ospitava politici, magistrati e massoni.

Al suo fianco, anche in questa inchiesta, appaiono gli storici sodali Sam Di Salvo e Giovanni Rao, già finiti al gabbio in seguito all’operazione Gotha.

Ciò che traspare dalle indagini è l’assoluto strapotere della criminalità organizzata, che assolveva compiti d’ordine e di controllo del territorio: l’omicidio dei fratelli Raimondi o quello di Domenico Pelleriti o, ancora, quello di Antonino Sboto s’inquadrano in questo contesto. Le vittime, responsabili di furti banali, secondo l’accusa sarebbero stati trucidati dagli uomini di Gullotti perché operarono senza autorizzazione, cagionando danno a persone ritenute amiche. Stessa sorte sarebbe toccata a Felice Iannello, spacciatore fra minorenni che non aveva chiesto alcun permesso all’organizzazione, e a Giovanni Catalfamo, reo di praticare usura.