“Tordi nessuno, malvezze in quantità!”: curiosità sui nomi dialettali degli uccelli nel Reggino

Viaggio alla scoperta dei nomi dialettali degli uccelli nella provincia di Reggio Calabria

L'inconfondibile sagoma del Gheppio Falco tinnunculus, il comune rapace noto come "Rapinu" (Foto S. Tralongo)

L’inconfondibile sagoma del Gheppio Falco tinnunculus, il comune rapace noto come “Rapinu” (Foto S. Tralongo)

di Sergio Tralongo - Mi ha sempre affascinato, fin da piccolo, curiosare tra i nomi dialettali calabresi degli uccelli; nel mio entusiasmo giovanile, la grande passione per gli animali, che mi spingeva già all’età di 12 anni a iniziare una capillare raccolta di dati sulla fauna selvatica del Reggino, l’idea di raccogliere tutte le possibili informazioni sull’argomento mi pareva assolutamente a portata di mano… Pensavo che avrei avuto bisogno, in fin dei conti, solo di un po’ di impegno e di costanza per raggiungere il mio obiettivo!

Il velleitario tentativo in realtà fallì quasi subito, appena mi resi conto dell’infinito numero di linguaggi e di varianti locali che contraddistinguono una regione così complessa come la Calabria. Messa dunque da parte la roboante idea iniziale, decisi di limitarmi a indagare i nomi utilizzati per riconoscere le varie specie dell’avifauna nella zona di Reggio, con i classici sistemi di un ragazzino negli anni ’70 del secolo scorso, cioé niente Internet, niente riviste patinate di natura, nessun rapporto con associazioni e soprattutto con altri coetanei, palesemente poco interessati alla mia bizzarra passione.

Il colore di questo maschio di Falco cuculo Falco vespertinus spiega bene il motivo per cui viene chiamato "Chiumbinu" (Foto S. Tralongo)

Il colore di questo maschio di Falco cuculo Falco vespertinus spiega bene il motivo per cui viene chiamato “Chiumbinu” (Foto S. Tralongo)

E così la mia ricerca si basava su estenuanti interviste a chiunque mi capitasse a tiro, a partire dal mitico zio Renato, il cacciatore/pescatore di famiglia, responsabile, se non altro moralmente, del mio delirio naturalistico tuttora più che concreto. Ore intere, letteralmente, ad appuntare nomi dialettali, insistendo su specie che un nome dialettale in Calabria probabilmente non l’avevano mai avuto, o perché non erano oggetto di caccia, o perché erano troppo rare o troppo poco definite nei caratteri esteriori e nelle abitudini per lasciare rilevante traccia di sé. E poi, immediatamente dopo, parenti, più o meno lontani e più o meno esperti di cose naturali, vicini di casa, commercianti di uccelli da gabbia o titolari di armerie, tassidermisti (prima si chiamavano “imbalsamatori”) più o meno in regola con le leggi, fino a perfetti sconosciuti che avevano la sfortuna di passare nei dintorni. Tutte queste persone erano costrette a subire interrogatori degni di un’unità speciale dell’FBI e venivano spremute in ogni modo finché non ricordavano, esauste, il nome che, nelle loro memorie d’infanzia, il vecchio nonno dava all’allodola o al tordo…

La mia raccolta di nomi non durò moltissimo, anche per la scarsa collaborazione degli adulti che prendevano probabilmente poco sul serio il suddetto ragazzino che girava con un taccuino per i Circoli Cacciatori dei paesini, pronto ad annotare specie e date degli animali esposti in vetrina, e a fare domande su nomi dialettali, luoghi e circostanze di cattura. Tutto finiva inevitabilmente con il più anziano dei cacciatori che si alzava dal tavolo dove imperversavano scopa e briscola e veniva a chiedermi: “Ma vui cu siti?“. Evidentemente avevo già l’aspetto austero del difensore dell’ambiente: meglio salutare educatamente ed uscire…

Ma veniamo al dunque: tra i tanti nomi dialettali che ho raccolto, sicuramente un’inezia rispetto a quelli realmente esistenti in un territorio fatto di vallate, colline e monti a lungo isolati tra loro, alcuni ancora oggi mi sembrano degni di nota, perché hanno significati più o meno evidenti che testimoniano una conoscenza delle abitudini e delle caratteristiche degli uccelli che oggi la nostra società ha perso quasi del tutto.

L'inconfondibile sagoma del Gheppio Falco tinnunculus, il comune rapace noto come "Rapinu" (Foto S. Tralongo)

L’inconfondibile sagoma del Gheppio Falco tinnunculus, il comune rapace noto come “Rapinu” (Foto S. Tralongo)

Ecco quindi, ad esempio, i nomi dei rapaci, come il noto e facilmente comprensibile Rapinu, essenzialmente destinato al Gheppio (Falco tinnunculus), il più comune tra i falchetti italiani, ma spesso utilizzato anche per altri rappresentanti del genere Falco, molto simili nelle dimensioni e nelle caratteristiche. E’ facile immaginare che il volo veloce e la sagoma tipicamente allungata, con le ali appuntite, abbia potuto trarre in inganno più di un osservatore, e che quindi anche il ben più raro Grillaio (Falco naumanni), certamente sottostimato proprio per questa sua somiglianza, fosse chiamato allo stesso modo.

Le conoscenze di Ornitologia non erano comunque scarse: il Lodolaio (Falco subbuteo), altro falchetto comune soprattutto in migrazione, aveva il suo nome specifico (Jannaccutu, o Ciarnaccutu, a seconda degli intervistati), dal significato però oscuro, almeno per me. Parlando del nome latino di questa specie, non posso però tralasciare una curiosità: il nome subbuteo, che vuol dire “più piccolo della Poiana”, quindi “sub-buteo” (Buteo è il nome latino del grande rapace), è diventato il nome di un gioco del calcio da tavolo molto popolare tra i ragazzi, e non solo, fino a qualche tempo fa (chissà oggi…). Non è un caso: l’ideatore di questo gioco (troverà conferma chi riesce ancora a trovare le istruzioni originali allegate alla scatola) era un appassionato ornitologo e riteneva che un buon giocatore dovesse essere rapido e scattante nei movimenti proprio come questo falchetto, abilissimo nella caccia in volo a uccelli e insetti!

Anche il Falco cuculo (Falco vespertinus), migratore stagionale sullo Stretto, era ben conosciuto e aveva un suo nome: Chiumbinu; in questo caso, il nome fa riferimento al colore grigio uniforme (quindi piombo) del maschio, e resta il dubbio su come venissero chiamate le femmine, più rossicce (rapini anche loro?). Non chiedetemi a questo punto perché chi studiava molto a scuola veniva appellato anche lui chiumbinu; non ho approfondito le indagini filologiche fino a questo punto, ma dubito che ci fosse un rapporto tra ragazzini secchioni e falchi cuculi…

Tutti in Calabria conoscono il Falco pecchiaiolo Pernis apivorus, ma forse non tutti sanno che le piccole rigide piume del capo servono a difendere l'"Adorno" dai pungiglioni di api e vespe (Foto S. Tralongo)

Tutti in Calabria conoscono il Falco pecchiaiolo Pernis apivorus, ma forse non tutti sanno che le piccole rigide piume del capo servono a difendere l’”Adorno” dai pungiglioni di api e vespe (Foto S. Tralongo)

Bello, a mio avviso, il nome del Falco pescatore (Pandion haliaetus): Cefulara, o Cefalara, a ricordare la sua alimentazione a base di pesci, cefali nel caso specifico.

E non può mancare, nella nostra rassegna, il notissimo Adorno, ovvero il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), la cui migrazione annuale si concentra proprio sullo Stretto di Messina, come sanno bene gli ornitologi impegnati nei conteggi primaverili e autunnali. Questi censimenti si svolgono oggi negli stessi luoghi dove i cacciatori, molti decenni fa, quando ne era consentito l’abbattimento, e i bracconieri, fino a pochissimi anni fa, dopo la protezione assoluta per i rapaci, hanno purtroppo eseguito vere e proprie stragi sistematiche di questi splendidi uccelli.

I pecchiaioli mostrano una grande variabilità individuale di colori: si passa da individui chiarissimi, a volte bianchi su gran parte del corpo, a individui molto scuri, quasi neri, passando per tutte le possibili forme intermedie, marrone più o meno diffuso. E questa caratteristica non era sfuggita ai Reggini, che mi risulta avessero almeno tre nomi diversi per le diverse colorazioni (morfismi, li chiamano oggi gli studiosi): l‘Adorno monacale (marrone scuro uniforme, quindi come il saio di un monaco), l‘Adorno palumbaru (chiaro, quasi bianco come una colomba) e l‘Adorno marbizzàricu (intermedio, colore simile alla marbizza, cioé al tordo).

Il volo confuso di questo stormo di pavoncelle Vanellus vanellus annuncia l'arrivo del freddo: è arrivata la "Nivalora"! (Foto S. Tralongo)

Il volo confuso di questo stormo di pavoncelle Vanellus vanellus annuncia l’arrivo del freddo: è arrivata la “Nivalora”! (Foto S. Tralongo)

Sempre parlando di uccelli rapaci, ma passando ai notturni, merita di essere menzionata la Civetta (Athene noctua), nota come Pìula, certamente onomatopeico, vista l’assonanza con il suo verso di richiamo. Mi è capitato di sentire questa parola dialettale anche per definire una persona seccante, che si lamenta sempre; chissà se anche in Calabria (cosa molto probabile) il verso lamentoso era considerato foriero di disgrazie… Non voglio indagare: troppe maldicenze hanno rovinato la fama di questo piccolo e utilissimo predatore notturno, che in passato invece era considerato simbolo di sapienza!

Sempre onomatopeico il nome della Tottavilla (Lullula arborea), una piccola allodola oggi tutelata a livello europeo per la sua forte diminuzione in tutto il continente: il nome più frequente era Tutulìu, e ricorda davvero bene il verso che suona come “ti-tluì“. Divertente poi il nome attribuito al Chiurlo maggiore (Numenius arquata), un trampoliere che transita in Calabria soltanto in periodo migratorio: in questo caso il tipico richiamo della specie veniva paragonato, mi dissero, al fischio dei pastori che radunavano il bestiame, e dunque ecco il Frischiaboi!

Il Cuculo (Cuculus canorus) era chiamato Turturaru, perché i suoi periodi di migrazione (aprile-maggio e agosto-settembre) coincidono con quelli delle tortore selvatiche (tùrture), mentre la Pavoncella (Vanellus vanellus), elegante uccello acquatico che capita solo nella cattiva stagione al Sud Italia diventa la Nivalora, ossia la “portatrice di neve”. Il nome le si addice perfettamente, tanto che anche in Emilia-Romagna, dove vivo e lavoro, ho fatto notare ai miei colleghi che l’improvvisa comparsa invernale di gruppi numerosi di pavoncelle sui terreni arati corrisponde, senza possibilità di errore, a bruschi abbassamenti della temperatura, che portano sempre le gelate notturne e a volte anche la neve in pianura. E quando gli stormi di pavoncelle arrivano, è ora di tirar fuori dall’armadio vestiti più pesanti.

In alcuni casi, la denominazione deriva dalle abitudini alimentari della specie, come nel Torcicollo (Jynx torquilla), uno strano picchio il cui nome italiano fa riferimento al caratteristico modo di roteare il capo per distrarre i predatori, simulando i movimenti di un serpente; nel Reggino, come in numerose altre parti d’Italia, viene invece definito Furmicularu, sottolineando la sua dieta, in gran parte basata sulle formiche.

Gli splendidi colori del Gruccione Merops apiaster sembrano avere un ruolo nell'attirare gli insetti di cui si nutre: ecco la "Melissofaja", mangiatrice di api per eccellenza (Foto S. Tralongo)

Gli splendidi colori del Gruccione Merops apiaster sembrano avere un ruolo nell’attirare gli insetti di cui si nutre: ecco la “Melissofaja”, mangiatrice di api per eccellenza (Foto S. Tralongo)

Lo stesso avviene con il coloratissimo Gruccione (Merops apiaster), che dalla primavera all’estate inoltrata viene a nidificare nel bacino mediterraneo, mentre trascorre nell’Africa tropicale gran parte della stagione avversa. Anche in questo caso, mentre il nome italiano fa riferimento a una delle sue caratteristiche più evidenti, ossia il verso metallico che emette incessantemente nel corso della migrazione e che suona come “gru-gru“, in Calabria uno dei nomi più diffusi è Melissofaja, spesso trasformato in Mussuvai, con il preciso significato di “mangiatore di api”, un termine di chiara derivazione greca (“melissa“, nel greco antico, sta per “ape”).

Greca è anche l’origine di Caracefalu, utilizzato per definire le diverse specie di averle (genere Lanius), passeriformi predatori dal caratteristico aspetto, simili a piccoli falchi in miniatura; il significato è “uccello dalla testa grossa”: provate a guardare una foto di averla e ditemi se non corrisponde alla realtà!

Una sagoma inconfondibile per questa Averla capirossa Lanius senator, e un nome dialettale altrettanto eloquente: il "Caracefalu", ossia la "testa grossa" (Foto S. Tralongo)

Una sagoma inconfondibile per questa Averla capirossa Lanius senator, e un nome dialettale altrettanto eloquente: il “Caracefalu”, ossia la “testa grossa” (Foto S. Tralongo)

Per concludere questa veloce rassegna, devo spiegare il titolo che ho utilizzato all’inizio: deriva da un aneddoto che raccontava un mio compagno di scuola ai tempi delle elementari. Il padre, cacciatore appassionato di tordi (“i marbizzi“), era particolarmente impaziente di sapere quando questi uccelli migratori, un tempo abbondantissimi, sarebbero arrivati negli uliveti della Piana di Gioia Tauro, all’epoca luogo particolarmente ambito per quel genere di caccia, per cui chiese a un contadino di sua conoscenza di informarlo prontamente, in modo da poter organizzare una delle sue gite venatorie. In ottobre giunse puntualmente il telegramma del conoscente che, rispettosamente e facendo un po’ di confusione ornitologica, comunicava: “Tordi nessuno, malvezze in quantità!“.