A Reggio lo spettacolo dal titolo “le navi di Lazzaro migrazioni di civiltà e percorsi di speranza”

Santo Nicito (1)Agli inizi del Novecento, improbabili battelli attraversavano l’Atlantico per compiere settemila kilometri fino a Elli Island o undicimila fino a Buenos Aires. Erano quelle che la studiosa Augusta Molinari chiama “Le navi di Lazzaro”. Fino alla fine degli anni Dieci, le navi transoceaniche erano luoghi poco salutari, anche nelle migliori le terze classi erano un inferno stipato all’inverosimile, spesso col doppio del carico di persone consentito, andavano lente, offrivano pessime condizioni igieniche, cibo da sopravvivenza o spesso fatale, spazi personali asfissianti, tanfo, sporcizia, promiscuità che spesso sfociava in esplosioni di violenza. Eppure alla fine del viaggio, dopo le vessazioni derivanti dal pregiudizio etnico, le schedature, i trattamenti quasi da animali in stalla, molti migranti trovavano condizioni “miracolose” e costruivano una nuova vita, neanche realizzabile in sogno nei luoghi di provenienza. Le migrazioni, gli esodi, sono esperienze che attraversano tutta la storia dell’umanità. Tutti i grandi miti letterari sono fondati sul viaggio, la Bibbia, l’Odissea, la Divina Commedia, fino al pilastro della letteratura americana, Moby Dick. Sarà forse perché l’enormità di quelle esperienze ha lasciato tracce indelebili nella memoria della specie umana? Il viaggio per mare è un archetipo e una grande metafora della condizione umana e ogni volta che viene raccontato le emozioni di chi partecipa al racconto sono irresistibili. Così è accaduto anche ieri sera, 15 dicembre, al Teatro Odeon, dove è andata in scena la rappresentazione “Le navi di Lazzaro”, realizzata dalla “improbabile” compagnia teatrale composta da utenti e operatori dell’Associazione Piccola Opera Papa Giovanni. La rappresentazione si inscrive nell’ambito delle celebrazioni del venticinquesimo della scomparsa del fondatore della Piccola Opera, don Italo Calabrò, scomparso il 16 giugno del 1990 e generoso datore di un testamento di umanità e cristianità che vede anche nella manifestazione di ieri una delle sue forme di realizzazione. Ieri sera è accaduto che centoquaranta persone sono salite sul palco dell’Odeon per rappresentare il viaggio del migrante, quello ormai romantico degli italiani verso le Americhe e quello attualmente tragico del nostro Mediterraneo. Nell’arco di cinque differenti scene gli attori hanno rappresentato il ciclo dell’esodo, dalla partenza da casa propria, passando per gli addii con le persone care, mettendo in scena la vita a bordo, con le inevitabili differenze fra la prima classe che “…costa mille lire… e la terza sudore e spavento”, le esperienze dell’approdo e infine la realizzazione di un sogno di accoglienza e vita serena e di speranza nel futuro.

La cifra sostanziale della messa in scena è stata l’adozione dSanto Nicito (2)i tecniche di teatro contemporaneo e sperimentale, dove il mix tra espressione recitata, linguaggi del corpo, coreografie, musiche usate come fossero attori sul palco, danze di luce a creare mondi credibili, hanno prodotto esperienze emozionali intense e allo stesso tempo molto esplicite in termini di senso. La condizione delle persone con disabilità può essere ancor oggi una sorta di esodo, una migrazione, un attraversamento di oceani tempestosi, quelli del rischio di esclusione, di pregiudizio, di diritti negati, di sensi di inadeguatezza, di angosce familiari sul “dopo di noi”, quelli del sentimento di rischio sulla permanenza dei diritti acquisiti in termini di servizi e riposte adeguate, quelli della sensazione di incompletezza del sistema stesso dei servizi per rispondere a tutte le esigenze che la condizione di disabilità genera nel percorso di una vita. Allora, la messa in scena di ieri ha anche inteso rappresentare l’elemento della fiducia e della speranza. Sul palco, quasi tutti gli attori erano persone con disabilità, persone che si mettevano alla prova per rappresentarsi nella propria completezza, senza barriere fisiche o culturali, senza timori di inadeguatezza, con la sensazione di essere pienamente partecipi della vita di una comunità e persino protagonisti della testimonianza che la vita può essere vissuta con speranza e che l’approdo nel porto sicuro è possibile e persino il viaggio in sé non spaventa. Nel corso degli anni, le navi di Lazzaro sono divenute moderni e confortevoli transatlantici. Nel corso degli anni la visione della disabilità è fortemente mutata, fino a essere inquadrata nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. La civiltà cresce e conduce l’umanità verso mete sempre più rispettose dell’essenza degli uomini, “nessuno escluso mai” come diceva Don Calabrò. Però ancor oggi è tristemente possibile assistere a storie di famiglie con persone disabili che vivono la vita del profugo nel Mediterraneo. L’impegno per il progresso della civiltà e il pieno riconoscimento di umanità è un viaggio senza fine. Gli attori di ieri sera ci dimostrano che è un viaggio che vale la pena affrontare fino in fondo.

Piccola Opera Papa Giovanni