Quella strana faccenda del terrore

“Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del” terrorismo

LaPresse

LaPresse

Potere, paura, terrore: cos’hanno in comune queste tre parole? Dopo  i gravosi fatti di Parigi, ci troviamo a riflettere su quanto accaduto e, se possibile, cerchiamo di addentrarci nel problema, nel concetto che sta dietro l’avvenimento, provando ad estraniarci dal fatto in sé, e cercando una via giusta da perseguire per entrare nel problema. Quello che si vuole qui attuare è l’inverso del ragionamento aristotelico: non partiremo da premesse generali per discendere nella determinazione, ma principieremo dal determinato per giungere al generale, all’universale. La nostra premessa si configura nei tre crudi e dolorosi attentati alla città di Parigi: la nostra conclusione, chiamiamola così, nell’”etica del terrore”.

Fare storia sulla contemporaneità è quanto di più paradossale possa pensarsi: se un fatto è in fieri non si può sviscerarlo e comprenderlo, poiché si è troppo addentro alla questione, al momento, alle scatenate impressioni che esso provoca nell’uomo immerso (e a volte sommerso) nella storia. Il bombardamento di informazioni continue e in aggiornamento sviluppa nell’essere umano, compatibilmente con l’utilizzo sempreverde dei social network, possibilità di costituzione, arricchimento ed espressione del proprio pensiero. Cosa comporta? Che oggi si è informati di qualsiasi cosa succeda nel mondo e si è messi nella condizione di esprimere (e condividere) altrettanto tempestivamente un’opinione su quanto accaduto. Si prendono le parti dell’uno o dell’altro: si esprime dissenso, consenso, aberrazione e stima. A volte ci si dissocia totalmente dalla cosa, scrivendo qualche battuta poco divertente nell’intento di sdrammatizzare. Che poi la riflessione sia superficiale o meno, questa è un’altra storia. Il fatto che ci si travesta da “opinionisti della domenica” (ma anche del lunedì, del martedì, del mercoledì e così via) poco interessa al fine di queste parole. Lungi da noi il limitare la libera espressione altrui.

Torniamo al punto principale del paragrafo appena scorso: fare storia nella contemporaneità è compito assai arduo e difficile. Chissà cosa penserebbe di quest’assioma il caro Benedetto Croce, per cui tutta la storia è contemporanea. Ci siamo chiesti cosa avrebbe detto il partenopeo Benedetto sugli attentati di Parigi: probabilmente, non si sarebbe scomposto più di tanto. Perché? L’epoca in cui visse fu stracolma di queste cose: fu un’epoca del potere, della paura, del terrore. Ma fu anche un’epoca di forza. Desideriamo spiegarci meglio: il Novecento, di cui siamo figli, è stato “un secolo breve”, ma intenso. Atti di incommensurabile forza si sono alternati a terribili macchie di dolore: un dolore che nasce da un potere senza limiti, legittimato da individui senza individualità. L’inettitudine, il senso di inutilità, il sentirsi persi e senza identità in un mondo ingrassante a dismisura, che inghiotte persino il tempo grazie alle nuove velocità di spostamento e comunicazione, si configura come requisito principale per l’accrescimento della macchina del potere, della paura, del terrore. Cosa significa?

In determinati periodi della storia in cui alla razionalità subentra l’irrazionalità, l’inetto diventa il cavallo vincente. Senza speranze e scopi nella vita, è il destinatario principale della politica di gruppo, o di pochi, o di uno. Mascherati da unità compatta ed egalitaria, dove tutti sono uguali e tutti sono indispensabili per il raggiungimento dello scopo, essi cooptano il povero “disgraziato” e lo elevano in un baleno a membro del gruppo, a parte essenziale del branco. L’indottrinamento scatena in lui scariche adrenaliniche, e lo induce anche a rinunciare alla propria vita per l’ottenimento del fine, perché la sua identità sta nel gruppo, e la sua pelle non vale cara quanto la salvaguardia dell’ideale o, sarebbe meglio dire, dell’ideologia.

goya__saturno_devorando_a_su_hijoCosì nasce il potere, prima in salute, poi grassoccio: infine, schifosamente obeso. Fa della debolezza degli altri la propria forza, e crea un’arma di distruzione a prova di proiettile. Neanche la morte fa più paura a chi combatte: la causa la fa da padrona. Semmai vi sia una paura, quella si configura come il non essere più accettato dal gruppo, il ritornare nell’ombra, il non essere nessuno. Il terrore è ben diverso: esso è uno strumento del potere. Più sottile dello scontro aperto e dichiarato, si insinua nel subconscio della gente: ma è molto più che un avvertimento del pericolo. Il terrore è un’arma di distruzione psicologica: fa perdere la fiducia negli altri, rende aggressivi, accentua incommensurabilmente il carattere di homo homini lupus. Leggiamo da Le origini del totalitarismo, di Hannah Arendt: “la politica dei regimi totalitari non è la vecchia politica di potenza, sia pure spinta ad un estremo di brutalità; dietro la politica di potenza, come dietro la Realpolitik, si nasconde una concezione radicalmente nuova della potenza e della realtà. Il supremo disprezzo delle conseguenze immediate più che la spietatezza; lo sradicamento e la noncuranza degli interessi nazionali più che il nazionalismo; l’indifferenza per i motivi utilitari più che sconsiderato perseguimento degli interessi egoistici; l’idealismo, cioè l’incrollabile fede in un fittizio mondo ideologico, più che la sete di potere – tutte queste cose insieme hanno introdotto nella politica internazionale un fattore di perturbamento ben più grave della mera aggressività”.

Ed è quello a cui assistiamo oggi: il carattere subdolo del terrore. Con la promessa illusiva di un riscatto sociale e personale, nasce il conglomerato del branco, che non vede altro che l’obiettivo da raggiungere. È una cosa spiacevole da dire, ma a volte vien da chiedersi se gli ideali nascano solo per coprire amari e ridacchianti progetti di realizzazione personale di pochi. Ed il povero dimenticato Croce, sconosciuto ai più dei giovani d’oggi, o magari odiato per il suo incompreso e papellico storicismo, cosa potrebbe dirci? Una cosa importante: che non è vero che gli ideali, o almeno, che tutti gli ideali in realtà sono specchietti di reclutamento. Alcuni, i più veri, forse nascono proprio per contrasto con quelli finti. Benedetto non si scandalizzerebbe per il fatto in sé, probabilmente: si scandalizzerebbe per la piega che ha preso questa nostra società contemporanea. Potremmo dire che le crociate nel Medioevo avevano caratteri simili ad alcuni episodi che vediamo oggi, ma sarebbe storicamente ingiusto e improduttivo: ciò che veramente bisogna considerare è l’altra faccia della medaglia. Potrebbe essere scambiato per un atto d’amore nei confronti di un dio e di tutti coloro che in lui si riconosco, per una volontà di formare una comunità. In realtà, oggi come fin dal principio dei tempi, essa è solo l’altra faccia della medaglia.

Oggi consideriamo male, brutto, cattivo ciò che uccide, distrugge, deturpa: dovremmo considerare alla stregua di questo anche ciò che umilia, isola, emargina, distingue. Non è male essere diversi, e questo concetto sta per essere cancellato dal terrore: il terrore che istiga le persone a non fidarsi reciprocamente, ad allontanarsi, perché sulla disgregazione fa leva per accrescersi. Il terrore fa dire alla massa “siamo tutti francesi”, ma non gli fa dire “siamo tutti siriani, curdi, palestinesi, nigeriani”. Il terrore fa dimenticare il carattere primigenio dell’uomo: l’umanità. Il terrore disgrega, s’insinua, aumenta il grado di irrazionalità: spaesa, chiama all’armi in una guerra in cui, prima o poi, si finisce tutti contro tutti. Il terrore, strumento del potere, ha un carattere sovranazionale, un’etica, e la sua etica si chiama annullamento. Chi non è soddisfatto della propria vita, chi è un disgraziato, chi non si impegna a farcela da sé è la preda più gradita al potere: “ti uso, ti strumentalizzo, e il tuo corpo sarà prolungamento del terrore”.

Aristotele diceva che l’uomo è un ”animale politico”, poiché è in grado di edificare una società senza essere mosso da nessuna esigenza primaria, la stessa che lo porta a sfruttare l’altro; fa questo con grande naturalezza, dal momento che associarsi è parte determinante della sua condizione. Così facendo, crea una collettività: Perché? Perché ne ha inconsapevolmente bisogno. Questo può generare esempi buoni, ed esempi deviati: sta all’uomo di oggi capire da che parte stare. Non può farlo, però, se smette di pensare: per questo, studiare, riflettere. Per questo, innanzitutto, rispettare, è capire che, se c’è una cosa che accomuna tutti gli uomini, quella è la loro diversità. Mancando il rispetto, si ha l’eccesso di potere, con la conseguente paura, con l’immancabile terrore. Fin quando scarseggerà, niente cambierà.