Dalla Francia con acume: i professionisti del senso di colpa e quella voglia di menare sempre l’Occidente

Foto false, bugie, giustificazioni sociali: così l’esercito dell’Isis gode di una buona propaganda in Europa al netto delle condanne di facciata. Dopo le raffiche di mitra nella capitale francese, il problema insoluto sembra essere l’islamofobia

Francois Lafite - LaPresse

Francois Lafite – LaPresse

Ma per quale diavolo di motivo, in un modo o nell’altro, dev’essere sempre colpa nostra? Per quale ragione astrusa, nell’iperuranio delle idee, un esercito di professionisti della bega pesca sempre responsabilità recondite dell’Occidente per tutto ciò che avviene, dentro o fuori dai nostri confini?

La guerra in Siria si protrae da diversi anni a questa parte, ha addotto infiniti lutti in primo luogo ai mussulmani, trucidati da un regime che non ha esitato a utilizzare armi batteriologiche o passati a fil di lama dai devoti assassini di Maometto, un esercito di pazzi – composito ma raffazzonato – che ha fatto della guerriglia permanente la propria vocazione. Quanto avvenuto a Parigi, e prima ancora a Londra o a Madrid, non è terrorismo: è jihadismo, è la dichiarazione bellica di un pugno di esaltati che ha proclamato una crociata contro la Gente del Libro, con buona pace di qualsiasi remora umana o spirituale. Hanno condotto delle azioni di guerra nel senso letterale del termine: fanteria leggera, si dice in gergo, simultanea e indiscriminata. Un modus operandi che ricorda le peggiori squadracce naziste, quelle delle Fosse Ardeatine, dell’antisemitismo e del genocidio facile.

Foto LaPresse

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Nulla di tutto ciò affiora nei cervelli ottenebrati dall’ideologia? Nemmeno un dubbio sfiora i professionisti del benaltrismo, pronti a risalire fino ad Adamo ed Eva pur di dimostrare che la nostra coscienza è terribilmente insozzata all’inverosimile?

E ammettiamolo, anche fosse, di aver avuto in qualche modo responsabilità nell’ascesa dell’Isis. Ammettiamo di aver lasciato un paese nel caos, quello iracheno ché in Siria non c’abbiamo proprio messo piede, o di aver avuto un approccio para-colonialista. E con ciò? Cosa cambia, in linea generale, per quei corpi trucidati nei bistrot o durante le performance musicali? L’unica equazione che si evince è: noi abbiamo ammazzato civili, ora sono i nostri civili a cadere come fiori appassiti sul selciato. Che è esattamente il ragionamento condotto dai terroristi, prova di quanto queste argomentazioni siano non dico faziose, ma addirittura conniventi.

Cosa diavolo ce ne facciamo della solidarietà spiccia, del Je suis Charlie, del siamo tutti francesi se ventiquattr’ore dopo gli attentati ciascuno Stato europeo – temendo la reazione della propria opinione pubblica – procede in ordine sparso? Che fine ha fatto l’egemone Germania, così attenta e oculata quando si trattava di monitorare le finanze dei partner continentali, così distratta quando c’è da rilanciare un piano di difesa? E gli Stati Uniti, quei vecchi imperialisti che con la retorica dello Zio Sam quale Faro di Libertà hanno un po’ rotto le balle, come si sono ritrovati a predicare lo zelante unilateralismo difensivo in atto, l’idea tacita e inespressa che se l’Europa non è capace di difendersi allora sarà pur un problema europeo?

LaPresse/Xinhua

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E’ questa la cartina di tornasole dell’osceno dibattito che da diversi giorni si protrae. Un dibattito di cui avremmo potuto fare francamente a meno o che avremmo potuto financo recitare indipendentemente dagli attentati. Stessi spartiti, stessa musica: la polizia francese fa acqua da tutte le parti, lo sapevamo già; l’Occidente non sa quali valori difendere; i nostri sensi di colpa e d’inferiorità; la retorica degli immigrati in cerca di speranza. E invece no: in questa guerra non si può prescindere da un dato di fatto, l’elemento attorno a cui ruota tutta la prosopopea dei media, marxisti e non, è l’elemento religioso: l’islam è l’asse portante.

Sono islamici coloro i quali gridano “Allahu Akbar” e si fanno saltare in aria. Sono islamici coloro i quali impugnano mitra e pistole e sparano all’impazzata, trasformando le strade di una capitale in una premiata macelleria. Sono islamici coloro i quali festeggiano, a portata di televisione mediorientale, l’eccidio in corso, gridando che Israele e gli Stati Uniti devono bruciare. isisSono islamici coloro i quali, durante il minuto di silenzio in occasione di Turchia-Grecia, inneggiano al Dio onnipotente e vendicatore, fischiando la memoria delle vittime del Bataclan. Sono islamici tutti questi spettri. Non saranno bastardi in linea generale, come dice forzatamente un giornalista che usa l’inchiostro quasi fosse piombo, ma prescindere dall’elemento religioso in questo conflitto non è superficiale, è profondamente stupido. Così com’è stupido riportare foto di vecchi attentati in diverse parti del mondo e chiedere perché un italiano o un inglese o un tedesco prova maggiore empatia per i morti d’oltralpe che non per le vittime dello sperduto sultanato di Chissandostachistan. Il giorno in cui brucerà la porta del vostro vicino, fuggirete o denuncerete il procurato allarme ricordando il falò di Roma ordito da Nerone?

Non ci sono vite che valgono più delle altre, ma non ci sono neanche culture che devono restare ferme e immobili per la violenza altrui, con donne costrette a seguire rituali medioevali e uomini solerti nel praticare infibulazioni e Dio solo sa quante altre schifezze. Se il Solone dei diritti civili e della pace nel mondo si muove così leggiadramente fra una tragedia e un’altra, avventurandosi in paragoni e statistiche incrociate, puntando l’indice contro quelle politiche che ha sempre denunziato per il solo gusto di professare la propria innocenza, beh quel Solone – potete starne certi – è affetto da una rara e cronica strafottenza nei confronti del genere umano, quella stessa strafottenza che lo fa trotterellare spensieratamente tra le guerre e le tragedie nucleari, con una sola mission: battersi il petto e ribadire che mentre il mondo aveva torto, lui in fondo sapeva e aveva ragione. Non è stato ascoltato, non è stato capito. E pazienza se la ragione si sa bene a chi appartiene.

Nota bene: del Kenya, a suo tempo, ne abbiamo parlato. E anche allora cercavamo una parola di biasimo da parte dei parroci del politicamente corretto.