Si dimette o no? Il balletto di Marino tiene in scacco la Capitale

Il Pd è frustrato dallo scontro col primo cittadino: manca il coraggio per la sfiducia. E così le bizze del sindaco nuocciono soprattutto all’immagine del Governo

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

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Il balletto inscenato da Ignazio Marino sulle proprie dimissioni non fa onore al paese né alla sua – di per sé discutibile – esperienza di governo. Pensare che la resa di conti sia arrivata per un pugno di scontrini è una stupidaggine grossolana: il fallimento dell’Amministrazione sta nella sporcizia dilagante a Roma, nell’esorbitante debito dell’Atac, nella condizione pietosa del manto stradale capitolino, nei trasporti pubblici che funzionano un giorno sì e un mese no. Sta, in generale, nell’incuria in cui versano centro e periferia, senza eccezioni di sorta. Se non ci fosse stato lo scandalo giudiziario che ha investito le precedenti amministrazioni, se cioè non fosse arrivato quell’impalpabile aiutino giudiziario che ha gettato l’ombra delle cosche fra i palazzi romani, Marino sarebbe stato sfiduciato mesi addietro per manifesta incapacità, al netto della retorica da guerra civile utilizzata per distinguere i puri dai delinquenti. Lo si capisce dal confronto di questi giorni: da un lato Orfini si affanna a spiegare che una manifestazione di supporto orchestrata da 500 fedelissimi è una testimonianza risibile in una metropoli come quella laziale; dall’altro il sindaco cita la solidarietà ricevuta sui social-network come esempio della propria popolarità, manco si fosse passati dall’urna all’Auditel o a Google Analytics.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

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E in questo clima teso si consuma uno scontro sottotraccia fra l’establishment del Partito Democratico e la sua riottosa espressione para-grillina, pronta a sacrificare la propria credibilità in nome del ventilato rigore morale. Il primo cittadino romano è l’ultimo avanzo rimasto di quel vecchio Movimento Arancione che, alla prova dei fatti, ha fallito in qualunque contesto abbia attecchito, eccezion fatta per Milano ove però Pisapia non intende ricandidarsi. Nella Città Eterna il tonfo non poteva essere più eclatante: la pantomima sul commissariamento, le esternazioni sulla “badante prefettizia“, lo scontro con l’Esecutivo accusato d’ingerenze, i battibecchi col Papa e la ventilata possibilità di ritirare le dimissioni sono gli aspetti più grotteschi di questa vicenda. Una vicenda totalmente imputabile al Pd: se game over dev’essere, game over sia. Una sfiducia in Campidoglio sarebbe l’atto formale per mettere una pietra tombale su Marino e per far capire ai romani che se errare è umano, perseverare non è renziano.