Reggio, Rotta (Helios Magazine): “integrazione è una parola bruttissima, oltre che difficilmente contestualizzabile”

LaPresse/Guglielmo Mangiapane

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“Le persone, sia che lascino la loro città per spostarsi di pochi chilometri, sia che facciano viaggi disperati in cerca di una nuova vita sognando una dignità e un futuro migliore per sè e per i propri figli, non pensano affatto ad “integrarsi” ma semplicemente a costruire condizioni di vita adattandosi alla nuova realtà. Ecco che il problema, visto secondo un’ottica “umana” e non “statistica”, si sposta dal migrante alla sua meta. Basta d’altronde, fare una visita accurata e non superficiale, nelle città che hanno una più lunga storia di immigrazione per cogliere due aspetti che confermano questa tesi. La gente si adatta al sistema sociale, economico ed all’impianto urbanistico che trova nella nuova destinazione. Dobbiamo cominciare a riflettere sul termine “sobborgo” se vogliamo capire le dinamiche dell’inserimento dei nuovi arrivati nelle realtà urbane che li accolgono” scrive Pino Rotta, direttore di Helios Magazine. “Per definizione i sobborghi sono luoghi di emarginazione, caratterizzati da una scarsa, se non addirittura nulla, presenza di servizi pubblici, quali scuole, presidi medici, centri di aggregazione civica e culturale, servizi di pulizia e trasporti. In città come Reggio Calabria, ad esempio -prosegue- abbiamo avuto dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi due esempi macroscopici, che stanno ancora lì a dimostrarci come l’integrazione sia un termine fallimentare. Questi due quartieri sono Ciccarello ed Arghillà. Due sobborghi nati sotto la spinta delle due grandi fasi della speculazione edilizia, quella degli anni ‘60 e quella degli anni ‘80. Governata sotto una ferrea regia della ‘ndrangheta che ha imposto con la complicità delle amministrazioni locali, i piani di urbanizzazione dando valore a terreni che dovevano accogliere il nuovo ceto medio emergente e spingendo ai margini, in una giungla di case popolari attenzionate solo per gli appalti ma senza alcun interesse per le opere di urbanizzazione che, in realtà di più antica esperienza civile, sono prioritarie e vincolanti. In mezzo, tra nuovi quartieri di “simil lusso” e i sobborghi, si è lasciato spazio alla lottizzazione abusiva sempre in mano alla ‘ndrangheta e sempre con il benestare delle amministrazioni locali, tutte, da quelle comunali a quelle statali.

In questi luoghi -aggiunge- sono cresciute le generazioni dei poveri emarginati e dei nuovi quasi-ricchi, separate da muri culturali che per qualche anno sono stati gestibili con sopportabili costi pagati in termini di microcriminalità e degrado urbano occultato dalla vista della società “bene”. Il problema nasce dal fatto che anche i poveri fanno figli, anzi seguendo la terminologia marxista, essendo proletari ne fanno più dei ricchi. E poichè la popolazione aumenta e tende a concentrarsi nelle città e attorno ad esse, facendo aumentare la densità demografica, si innesta quello che in antropologia si conosce benissimo da almeno mezzo secolo, si creano luoghi dove si manifestano “fogne di comportamento”. Sono luoghi dove la lotta per la sopravvivenza comincia con l’appropriazione degli spazi urbani e continua in un crescendo di aggressività e atteggiamenti autodistrutivi. Ma questo si dirà accade in città dove è scarso il senso civico ed il rispetto delle regole sociali tende allo zero. Purtroppo no! Spostandoci in altre realtà come Parigi, Lione, Liverpool, Anversa, Amburgo vediamo che non è così. I sobborghi – ribadisce- hanno la caratteristica di attrarre i nuovi arrivati che cercano spazio in luoghi in cui la lotta per lo spazio è già lotta per la sopravvivenza. Si creano quindi delle enclavi inizialmente etniche, ma che col tempo diventano socioeconomiche, separate da confini urbani che possono sembrare simbolici ma che diventano delle vere e proprie frontiere all’interno della stessa città. Quello che in questi anni è successo nelle banlieues di Parigi è un esempio lampante. Questi quartieri non sono periferia urbana della capitale francese, a piedi dal Louvre ci si arriva in mezzora, ma arrivati là non si è più in Francia, si è nel nordafrica, e dentro lo stesso quartiere esistono zone di separazione che sono nate nel tempo, che separano i tunisini, dai marocchini, dai “neri”. La sopravvivenza è stata più o meno accettabile fino all’arrivo della crisi economica cominciata dieci anni fa, dopo le condizioni già degradate sono esplose con la violenza e l’odio sociale che sono sempre legate alle “fogne di comportamento”. Oggi stiamo affrontando una nuova ondata migratoria – conclude- la civiltà ed il senso di umanità ci impone di accogliere questa gente che fugge dalla disperazione, ma se si vuole affrontare in tempo il problema dell’inserimento sociale, senza aspettare che si moltiplichino i problemi e senza arroccarci nell’odio razziale, sarà meglio a ripensare subito alla riqualificazione urbana, soprattutto in città come Reggio Calabria dove questa disciplina è sempre stata un termine sconosciuto ed alieno ma non sono aliene le conseguenze del degrado”.