‘Ndrangheta, il legale del padre dell’11enne “collaboratore”: “è una barbarie”

interrogatorio bambino“Sono il difensore di fiducia di Gregorio Malvaso, padre del bambino in questi giorni assurto agli onori della cronaca per essere il “primo bambino di 11 anni collaboratore di giustizia”. Sebbene molte cose potrebbero dirsi a proposito del possibile facile condizionamento di un soggetto in età evolutiva, ritengo invece prioritario esprimere, in questo momento ed  in questo contesto, il più profondo sdegno per la scellerata sovraesposizione mediatica del minore, in violazione di ogni regola di buon senso, prima ancora che deontologica”.

“Nessuno si è preoccupato di proteggere il piccolo: né la madre,  Medea dei nostri giorni, che pur di punire il compagno e la sua amante, non ha esitato a coinvolgere il figlio;  né il sistema giudiziario, che ha consentito che dai propri uffici uscissero i verbali delle dichiarazioni rese dal minore (sul punto un plauso esprimo ad Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori che immediatamente ha chiesto che  si aprisse un’indagine finalizzata ad individuare i responsabili, ricevendo un preannuncio di audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia al fine di garantire al bambino il rispetto totale dei propri diritti); né la stampa – scritta, online e televisiva – che ha pubblicato ampi stralci di quei verbali, in dispregio  di precise regole deontologiche (si ricorda, sul punto, la Carta di Treviso), venendo meno dapprima al principio secondo cui “in tutte le azioni riguardanti i minori deve costituire oggetto di primaria considerazione il maggiore interesse del bambino” e poi la norma per la quale   “va garantito l’anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca, anche non aventi rilevanza penale ma lesivi della sua personalità come autore, vittima o teste”.

“E’ doveroso allora chiedersi: a cosa servono le norme, se poi vengono calpestate? Se esse non vengono interiorizzate e nutrite di una cultura umanistica, come si potrà mai resistere a  vili logiche di mercato? Credo che questa vicenda debba far riflettere tutti: magistrati, avvocati, giornalisti, politici. Perché la barbarie è sotto i nostri occhi, e se ad  essa non ci si sottrae con gli strumenti culturali di cui pure si dispone,  il rischio di stritolare vite ed annullare identità, che invece sarebbe nostra precisa responsabilità proteggere, è davvero elevato. Di questo, ognuno, dovrà rispondere alla propria coscienza e, auspicabilmente, agli organismi preposti al controllo di un corretto esercizio delle professioni”.