Il futuro di Renzi passa dalla Sicilia: ecco cosa può cambiare col voto di oggi

Dal premier a Crocetta, da Alfano a Grasso: i profili e le fortune di diversi politici s’intrecciano nella partita sul Senato

Renzi, Grasso e Mattarella - foto LaPresse

Renzi, Grasso e Mattarella – foto LaPresse

Sembra strano a dirsi, ma il futuro di Matteo Renzi, e più in generale quello dell’attuale assetto di Governo, passa dalla Sicilia. Attorno all’isola, infatti, ruota la sfida di oggi a Palazzo Madama, ma se il partito della nazione esiste davvero, se il progetto politico del premier ha un senso, la Sicilia stessa potrebbe diventare la realtà in cui consolidare le alchimie sperimentate a Roma, un’operazione che paradossalmente potrebbe favorire il sempiterno Rosario Crocetta.

Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema -  foto LaPresse

Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema – foto LaPresse

Partiamo dalla base: la discussa riforma del Senato ha permesso alla minoranza del Pd di alzare le barricate. L’accusa, nei confronti del premier, è sempre la stessa: Renzi non dialoga, non accetta contributi, detta ordini e linee che i deputati devono accettare pedissequamente. Va bene quando si parla di finanziaria o di diritti civili, materie su cui è possibile trovare la quadra, ma quando si toccano temi centrali come quelli Costituzionali l’alleanza è destinata a saltare. Obiezioni legittime sul modus operandi che però nascondono la vera trama sottostante: il tentativo far crollare il terreno sotto il passo felpato dell’ex sindaco di Firenze, rallentando il suo piglio decisionista e confermando così il potere di condizionamento, ai limiti della fronda, vantato dal vecchio establishment.

Jeremy Corbyn - foto LaPresse

Jeremy Corbyn – foto LaPresse

Nei lanci di agenzie s’intuisce la reale portata della scommessa: bersaniani e dalemiani di ferro citano l’esempio britannico, l’ascesa di Jeremy Corbyn alla guida del Labour, come evento emblematico di un cambiamento epocale nella cultura riformista europea. Un evento che giustificherebbe la loro condotta, ispirata a far tornare il Pd nell’alveo delle sinistre occidentali. Ma questa pantomima si basa su premesse inconsistenti: 1) Jeremy Corbyn è stato in minoranza per trent’anni nel suo partito e non ha mai ventilato l’ipotesi scissione, ipotesi che invece tiene banco quotidianamente fra gli uomini della minoranza, con i continui ammiccamenti a Civati, Vendola e Cofferati; 2) Corbyn arriva dopo un bagno di sangue che ha visto i laburisti perdere sistematicamente ogni appuntamento elettorale, risultato ben diverso dal Pd renziano che alle scorse europee, piaccia o meno, ha conquistato uno storico 40%;  3) Renzi non si pone fuori dallo scacchiere progressista e anzi ha risolto, con un tratto di penna, l’annoso problema identitario del Pd, iscrivendo gli eurodeputati al Pse senza far proferire verbo ai vecchi democristiani della Margherita.

Angelino Alfano - foto LaPresse

Angelino Alfano – foto LaPresse

Ora, la minoranza si appella al presidente del Senato Pietro Grasso affinché ostacoli la manovra del Governo per modificare l’architettura istituzionale del Paese. Un progetto su cui il premier ha investito la propria credibilità e che deve andare avanti ad ogni costo: per questa ragione Matteo Renzi, pallottoliere alla mano, ha fatto la conta di chi potrebbe sostenere la riforma e chi no, optando per la prova muscolare. I numeri al Senato sono risicatissimi, per questa ragione – nonostante l’ottimismo espresso dal suo entourage – la partita è appesa a un filo. Decisivo potrebbe essere in tal senso il contributo di un altro siciliano, Angelino Alfano, impegnato da qualche settimana in una difficile partita con un’embrionale opposizione interna, la quale denunzia la miopia strategica del leader.

Alfano, Renzi e Lupi - foto LaPresse

Alfano, Renzi e Lupi – foto LaPresse

Il sodalizio col Pd, per molti deputati e per alcuni senatori, avrebbe compromesso la credibilità del progetto originario, quello di creare una destra moderata e alternativa al berlusconismo, capace di discernere l’interesse nazionale dai calcoli di bottega, ricercando l’unità in una Grossa Coalizione in luogo della contrapposizione sterile. A furia di ammorbidirsi, però, il partito si è liquefatto e i sondaggi che circolano nelle stanze dei bottoni confermano una riduzione esponenziale dei consensi. Sotto questo profilo, poiché al netto di tutto NCD è un partito di scopo laddove il suo scopo è quello di restare al Governo, l’accusa che viene mossa ad Alfano è di essersi legato mani e piedi alle fortune del capo dell’Esecutivo, annacquando qualsiasi identità conservatrice e quindi perdendo terreno.

Rosario Crocetta - foto LaPresse

Rosario Crocetta – foto LaPresse

Potrebbero essere i franchi tiratori del Nuovo Centro Destra, allora, la reale incognita nella battaglia in Senato, quelli che potrebbero staccare anzitempo la spina al Gabinetto Renzi. Non a caso il titolare degli Interni ha rilanciato, negli ultimi giorni, la sua presenza sul piccolo schermo: dapprima ha tentato di rinvigorire l’orgoglio meridionale, rispolverando il sogno delle Grandi Infrastrutture, una fra tutte quella del Ponte che collegherebbe Reggio e Messina; poi ha deciso di pigiare l’acceleratore e di consolidare questa sorta di partnership col Pd anche a livello territoriale. Non a caso, nell’isola, il movimento ha aperto al Presidente Crocetta, un’apertura condizionata al percorso di riforme ma tale da far immaginare, nel medio periodo, un ingresso in Giunta, magari al primo rimpasto utile.

Così, se la riforma dovesse passare, il siciliano Alfano dimostrerebbe di essere decisivo per le sorti dell’Esecutivo, a dispetto di una evidente frammentazione del soggetto politico che rappresenta; il siciliano Grasso vedrebbe cadere le proprie velleità politiche d’incarnare, in forza del suo ruolo istituzionale, un’alternativa soft al renzismo dilagante; il siciliano Mattarella scongiurerebbe il rischio consultazioni; e il siciliano Crocetta, da ultimo, potrebbe beneficiare di una rinnovata Grande Coalizione locale, piovutagli sul capo dopo un corteggiamento non tanto impegnativo.