Emergenza migranti, l’assurdo silenzio dell’Italia: in Europa come spettatori

Il Governo non ha una linea chiara e precisa, al di là degli appelli alla pacificazione della Siria e del buonismo tanto al chilo sulla Libia. La Germania è chiamata ad uno sforzo di sintesi titanico. La puzza dei vecchi Stati mina il cammino comunitario

conferenza-stampa-di-matteo-renziQualche anno fa, quando i Balcani e l’Europa centro-orientale erano scossi da tensioni etniche inquietanti, l’Italia si trovò a fronteggiare l’emergenza dei migranti albanesi. Arrivavano giorno e notte, le televisioni indugiavano sui loro visi ed essi venivano presentati talora come disperati, talaltra come potenziali criminali, complici i casi di cronaca forse isolati ma di certo assai frequenti. Oggi, nel nuovo millennio, lo stesso carico di speranze e gli stessi rischi per l’ordine pubblico li registriamo sui media vedendo i barconi che salpano dalla Libia. A bordo non ci sono rumeni, kosovari, slavi o giovani di Tirana. Ci sono perlopiù siriani e libici in fuga, esuli di Stati implosi o periclitati per dirla con Macchiavelli. Che fare?

LaPresse/Domenico Notaro

LaPresse/Domenico Notaro

Ho citato l’esempio di storia recente perché quel flusso, nel bene e nel male, si è spento naturalmente allorquando la situazione regionale è tornata sotto controllo. Oggi Libia e Siria sono Stati falliti, dove le popolazioni si trovano a fare i conti o con l’efferatezza dei governi pseudo-legittimi (che spesso usano armi devastanti sui civili con innata spensieratezza), o coi tagliagole dell’Isis. Voi lettori, al loro posto, non scappereste? Pensare di arrestare la fuga senza intervenire manu militari in loco è surreale. Gli spazi per una mediazione diplomatica non sono sottilissimi, sono finiti. A questo punto non ci sono confini di sorta, minacce di rimpatri o provvedimenti restrittivi che tengano: lì rischiano la vita, qui – se tutto va male – li obblighiamo a tornare in mezzo alle macerie. Capirete anche voi che il gioco vale la candela.

Angela Merkel - foto LaPresse

Angela Merkel – foto LaPresse

In presenza di una crisi simile, la reazione dell’Europa è stata flebile: prima il Vecchio Continente si è mosso in ordine sparso, relegando il problema ai governi mediterranei che si affacciano sui quei tragici teatri; poi è intervenuta la Germania, che ha avocato a sé la leadership comunitaria per dettare regole chiare e precise, al fine di garantire l’integrazione e il riconoscimento d’asilo agli aventi diritto; le altre nazioni, però, hanno cominciato un braccio di ferro sulla pelle dei profughi e dei partner rivieraschi, contrastando l’arbitrio solidaristico della Merkel. A questo punto la Germania, dopo aver messo all’ordine del giorno il tema, ha fatto la voce grossa, minacciando – sia pur velatamente – un lieve disimpegno. Un ultimatum che non ha spaventato gli interlocutori e così è partita la disputa sulle quote, mentre l’algido Orban è intervenuto con le forze dell’ordine adottando un approccio muscolare. Insomma, mentre il focolaio divampa nel cuore dell’Unione, i capi di Governo o di Stato rispolverano il vecchio nazionalismo, issando muri in senso letterale.

Reuters

Reuters

L’aspetto surreale di questa vicenda è che gli Stati maggiormente esposti stentano a far sentire la propria voce e si trincerano dietro un buonismo di facciata che sarebbe irritante se solo non risultasse comico e anacronistico. Hollande e Cameron vogliono bombardare la Siria: non è un vezzo militarista, si chiama peace enforcement, è un’operazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per imporre la pace fra contendenti cruenti nel momento in cui a pagare dazio sono i civili. Non è il ritratto preciso della Siria? Italia e Grecia o non prendono posizione o, come ha fatto il premier Matteo Renzi, bollano le azioni dell’Esercito quali manovre spot, che distolgono l’attenzione dalle soluzioni reali. E quali siano, queste benedette soluzioni, non è dato saperlo. A Palazzo Chigi aspettano sulla riva del fiume che il cadavere dell’emergenza migratoria passi: intanto, però, i cadaveri che scorrono sono quelli dei migranti. Poi tutti commemoriamo il piccolo Aylan.