Le riforme inutili: così l’Italia brucia un mare di tempo

La Reuters massacra la classe dirigente e mette nel mirino i burocrati-paralizzatori. L’Italia è il malato d’Europa: il tasso di crescita economico e quello della disoccupazione lo dimostrano ampiamente

Matteo RenziUna riforma della pubblica amministrazione che cambierà le sorti del Paese. Come no. La sconfessione ufficiale viene dalla Reuters, che in un approfondimento dedicato all’Italia ricostruisce il tortuoso cammino dei progetti di legge che hanno puntato, negli anni passati, a rendere efficiente la macchina dello Stato. Un approfondimento che scava nel solco tracciato fra paese reale e paese legale, laddove gli italiani conoscono i vizi che ciascun disegno rivoluzionario contiene alla prova dei fatti.

Secondo la Reuters da almeno due decenni l’Italia vive una tensione riformistica che la porta a condurre un’analisi autocritica sullo stato della propria macchina pubblica. Alle parole, però, non seguono i fatti, e i sette tentativi di cambiare l’impianto burocratico negli ultimi otto anni testimoniano un gap cui non sembra facile poter ovviare.

Se a questi vani sforzi si aggiungono le continue riforme del mercato del lavoro, dell’istruzione, del sistema pensionistico e del sistema giudiziario, il ritratto che ne vien fuori è impietoso e descrive un paese gattopardesco, dove tutto cambia per non cambiare mai.

Matteo Renzi e Marianna MadiaLa testimonianza più grave, in tal senso, è data dagli indici di crescita economici ed occupazionali: l’Italia, dopo la Grecia, resta il fanalino di coda della Comunità, ormai abbondantemente superata dalla Spagna che ha affrontato, sotto Rajoy, i nodi gordiani che ne ostacolavano lo sviluppo. A Roma, invece, per liquidare una società ci vogliono in media otto anni e otto mesi, con buona pace degli imprenditori costretti a lunghi calvari giudiziari. Di più: la corsa alla definizione di normative rivedute e corrette viene puntualmente disattesa dai dipendenti pubblici, che adesso per giunta battono cassa chiedendo il rinnovo dei contratti ed ostacolando, al contempo, qualsiasi valutazione di merito.

Giavazzi, interpellato sul punto, ha spiegato a titolo esemplificativo come la riduzione eventuale delle sovvenzioni statali ad alcune imprese procurerebbe una riduzione logica del potere e dell’influenza del burocrate, per cui ogni tentativo di rivedere i fondi stanziati per l’industria – anche solo per renderli funzionali ad un incremento di produttività – viene scientificamente sabotato. A pagarne il dazio sono soprattutto i giovani, i quali non godono dei diritti acquisiti dai padri e si espongono così alla scure della crisi.