Messina, il fiore all’occhiello di Rfi è già fermo ai box

L’Orsa attacca l’azienda e pretende chiarezza sulle scelte d’impresa e sull’uso dei fondi dei contribuenti

traghetto MESSINA rfiPerché la nave appena acquistata con soldi pubblici è stata concepita senza il ponte auto?“. E’ questa la domanda che il sindacato Orsa pone all’ordine del giorno nell’interpretazione delle mosse imprenditoriali adottate da Rfi. Confermando lo sciopero del prossimo 8 settembre, la sigla ripercorre le tappe che hanno spinto i lavoratori a maturare questa scelta, sulla scorta dell’ultima paradossale vicenda. L’azienda, infatti, dopo aver acquistato nel 2013 la nave “Messina” per circa 50 milioni, si è resa conto che l’imbarcazione non aveva il ponte necessario per far traghettare le automobili. Da qui la decisione di fermare la new-entry delegando il servizio alle rodate “Scilla” e “Villa”.

Qualcuno – nota l’ORSA - potrebbe rispondere che Rfi, in seguito all’intervento dall’Antitrust, non può più traghettare automobili; può soltanto affittare i ponti auto delle navi Scilla e Villa alla Bluferries, società del Gruppo FS che agisce a rischio d’impresa, senza sovvenzioni pubbliche. In questo caso significherebbe che tutti gli sforzi messi in atto da Rfi per traghettare il maggior numero di automobili servono a portare utili principalmente nelle casse della ‘privata’ Bluferries e non interamente nelle proprie ma il vero sviluppo autolesionista si registra nel fatto che la fermata forzata della nave Messina comporta l’impossibilità per Rfi, non avendo altre navi disponibili, di traghettare il remunerativo carico di merce pericolosa su ferrocisterne, provvisoriamente affidato, ancora una volta, alla solita Bluferries che lo traghetta con le navi adibite (Fata Morgana e Riace) facendo pagare a Rfi un noleggio con costi non del tutto conosciuti. Tutto sembra muoversi per favorire la produzione della ‘sorella privata’ del gruppo, dove l’armatore ha sostituito il contratto di lavoro dei ferrovieri con un più conveniente contratto marittimo e i costi per l’utenza sono dettati dal mercato storicamente allineato a Caronte&Tourist”.

Considerando il ridotto numero di auto traghettate da Rfi, il sindacato non capisce la convenienza economica per il vettore pubblico di lasciare ferma la nave ammiraglia, operando un servizio vietato dall’Antitrust e rinunciando di fatto agli incassi provenienti dal traghettamento delle ferrocisterne. “Se invece la dirigenza di Rfi si fosse convinta che il futuro della produzione sta nel traghettamento  del gommato leggero, avrebbe commesso un imperdonabile errore di programmazione nell’acquistare una nave, la Messina, senza il ponte auto dedicato; in ogni caso, trattandosi di risorse dei contribuenti, per le ragioni esposte, sarebbe doveroso, da parte del responsabile della Navigazione Rfi di Messina, fornire pubblicamente i dovuti chiarimenti” conclude la sigla.