Allarme cinghiali, il Wwf: “Dietro c’è un mercato nero”

Che la popolazione di cinghiali in Italia abbia raggiunto dimensioni allarmanti è un dato di fatto, che la soluzione sia il suo ridimensionamento è una constatazione che vede d’accordo anche gli ambientalisti

20130830_cinghiali_in_branco Un’emergenza nota e denunciata da anni. Che la popolazione di cinghiali in Italia abbia raggiunto dimensioni allarmanti è un dato di fatto; che la soluzione sia il suo ridimensionamento è una constatazione che, in questo caso, vede d’accordo anche gli ambientalisti. Il problema è il ‘come’, perché ad essere in gioco ci sarebbero interessi che niente hanno a che vedere con la sicurezza, delle persone e dell’ambiente, e che ruotano intorno alla carne di questo animale. Un business illegale “da centinaia di migliaia di euro”. E’ la denuncia di Franco Ferroni, responsabile Policy Biodiversità, Aree protette, Politiche Agricole del Wwf Italia, che all’Adnkronos parla di una questione nota a tutti: “Attorno al cinghiale c’è un mercato nero che vale centinaia di migliaia di euro: per un cinghiale abbattuto legalmente, ce ne sono almeno due abbattuti illegalmente”. Questo significa anche sul mercato, e sulle nostre tavole, “arrivano animali non controllati”. Un esempio? “Nelle marche abbiamo censito 30mila cinghiali. Legalmente se ne abbattono 10mila l’anno, ma la popolazione resta stabile nonostante i tassi riproduttivi dell’animale che vanno dal 100% al 200%. Pur attribuendo al lupo, che è il suo unico predatore, l’uccisione 2-3mila cinghiali ce ne sono almeno altri 10mila abbattuti illegalmente”. Insomma, se la caccia è oggi l’unica attività di contenimento messa in campo (anche con autorizzazioni ad hoc per cacciare in modo selettivo all’interno del aree protette), i cacciatori non avrebbero alcun interesse a risolvere il problema. Ora, con l’incidente di Cefalù, il sindaco chiede che la Regione vari una legge per l’abbattimento controllato dei cinghiali. “L’attività venatoria non è sufficiente rispetto al tasso di riproduzione – aggiunge Ferroni – la soluzione per noi è affidare le catture a chi subisce i danni maggiori, cioè gli agricoltori, che potrebbero trasformare questo problema in una risorsa”. Per rendere possibile questa soluzione, “i ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, con la Conferenza delle Regioni, dovrebbero convocare un tavolo per definire un decreto legge che risolva i problemi della normativa attuale”. Un decreto che risolva la questione della proprietà dell’animale (che è dello Stato, è per questo che i cacciatori devono avere le licenze e che, invece, gli agricoltori non possono catturarli e utilizzarli), la possibilità di utilizzare mattatoi mobili (visto che praticamente non ci sono in Italia mattatoi abilitati alla macellazione di selvatico e domestico insieme) e che regoli l’aspetto economico dell’attività di cattura a carico dell’agricoltore. I numeri del cinghiale in Italia. Difficile fare una stima esatta, dopo la reintroduzione effettuata negli anni ’60 a scopo venatorio: si parla comunque di centinaia di migliaia di individui (ce ne sono 30mila solo nelle Marche) con un tasso riproduttivo dal 100% al 200%. Una femmina può riprodursi anche due volte l’anno e partorire più di 10 cuccioli alla volta. L’unico predatore del cinghiale è il lupo, che però conta una popolazione stimata di circa un migliaio di individui. Troppo pochi. Così come insufficiente è l’attività venatoria.