Università di serie A al Nord e di serie B al Sud? Lo sfogo indignato di una professionista eccellente formata negli atenei “terroni”

scuola-e-universita-non-ti-formanoAvrà forse sussurrato tra sé questa celeberrima frase che conclude il noto capolavoro cinematografico a tutti noto, l’autore dell’emendamento che inserirebbe il «peso» dell’ateneo in cui ci si è laureati tra i fattori scriminanti da considerare nei concorsi pubblici oppure realmente animato dalle migliori intenzioni, a fronte dello sconcerto generale, si sarà sinceramente  sorpreso.

Non lo sapremo mai.

Io, intanto, che sono una figlia e una professionista di questa terra, del mio Sud, non ci sto e mi indigno.

Inutile elencare i meritevoli studenti che hanno avuto l’opportunità di studiare negli Atenei Calabresi e che oggi ricevono importanti attestati di stima e riconoscimenti di meritata capacità in ogni ambito sia quello politico, scientifico e in senso lato lavorativo non temendo né sfide né semplici confronti con altre realtà.

Mi indigno perché ho studiato con merito, interesse e sacrificio presso una università del Sud.

La mia facoltà di appartenenza è stata Giurisprudenza  della Università Mediterranea di Reggio Calabria. L’Università che esporta saperi e studiosi in Italia ed oltre, con un piano di studi per nulla differente da quello adottato in altre università d’Italia.

 Sentire oggi che taluno esponente politico ritenga utile scremare la selezione per i concorsi pubblici utilizzando  accanto al voto di laurea anche il prestigio o peso dell’Università, francamente, mi sconcerta. Sarà, probabilmente, la frequentazione di elevanti gradi istituzionali che impone l’assoggettamento ad inderogabili abitudini volte ad incoraggiare l’elaborazione di soluzioni  oltremodo  creative oppure vi è dell’altro che forse sfugge a me e a tutti quelli   che hanno creduto nel merito, nell’impegno, nel sacrificio e nell’amore per il percorso professionale intrapreso.

Non posso credere possibile che abili strateghi o raffinati tattici non abbiano ben chiaro il riflesso di operazioni simili a quelle oggi biasimate.

Chi nasce al Sud, posto che le prime 15 università   sono  site al Nord sarà condannato, se privo di mezzi, a vivere di ciò che il territorio offre, certo di una scarsa risposta statale in termini di investimenti in ottica compensativa.

Non solo.

Il  nostro Sud, rischierà in tal modo di sprofondare negli abissi della più nera povertà. Non dimentichiamo, infatti, il cd ‘indotto’ che il pianeta universitario genera. I risvolti anche economici di operazioni e manovrine di questo tipo favoriranno la definitiva scissione tra Nord, sempre più ricco e terra di ‘immigrazione’ ed il Sud, prescelto da nefasto destino ad essere terra di abbandono dei ‘cervelli’ migranti. E, per usare una espressione di un cantautore italiano, ‘cosa resterà’ di questa povera terra.

Cosa ne sarà dei sacrifici delle famiglie che potranno  mantenere  i figli agli studi per offrire , loro malgrado, solo un prodotto di serie B non spendibile, seriamente e concretamente nel mercato del lavoro, pubblico e privato.

E’, piuttosto, auspicabile una certa serietà e lungimiranza da parte di chi gestisce la res publica su fronti strategici quali il pianeta Istruzione, evitando prodotti intellettuali di rara bellezza ma di poca fattibilità con risvolti pratici devastanti. Non credo sia il momento storico più opportuno per impiegare la  fantasia in proposte shock, poi, prontamente ripensate.

E’ il momento della ricerca di soluzioni definitive e non rovinose sul piano economico e soprattutto, non laceranti, sul fronte della coesione  sociale.

avv. Domenica Pirilli