Suicidi in carcere e sanità penitenziaria, una situazione disperata

carcereChe le carceri italiane e calabresi siano un inferno  lo scriviamo da tempo. Recentemente nel carcere di Arghillà si è tolto la vita, suicidandosi, Giuseppe Panuccio di 53 anni  a cui era stato comminato l’ergastolo per un triplice omicidio.  Per avere idea delle condizioni di vita  e di “ prevenzione”  del carcere bisogna porsi alcune domande  e cercare di ricevere risposte. Innanzi tutto il detenuto Giuseppe Panuccio, era in un carcere di “ media sicurezza”, quello di Arghillà, mentre il detenuto era di “ massima sicurezza” e doveva soggiornare in un carcere con questa qualifica, dove sicuramente si prestano più attenzioni per evitare che questa scia di sangue  caratterizzi la vita e la storia carceraria, come mai questo non è accaduto a Reggio Calabria??

A questa va legata una vicenda che sembra di comune “malasanità” ma che riguarda un regolare bando di concorso per coprire dei turni di specialistica, compresa la “Psichiatria”, per il Carcere di Arghillà  che da poco aveva aperto i battenti dopo una lunga “telenovela” di rinvii. Espletato il concorso ed individuati gli aventi diritto a ricoprire i relativi turni, anzi, alcuni  di questi regolarmente formalizzati, per una lettera quasi anonima proveniente da quel pianeta chiamato Locri, la Regione, attraverso il Generale Pezzi, interessa il Commissario della ASP 5 dell’epoca il dr. Tripodi invitandolo a procedere che non ha trovato di meglio, invece, che sospendere gli incarichi.

La norma giuridica è questa: “meglio non fare che fare”. Anche perché i vincitori di concorso uscivano da graduatorie inoppugnabili di merito  e non dovevano togliere il cappello a nessuno.

Una lotta di comune faida politica tra forza italioti e scopellitiani che ha caratterizzato gli ultimi scampoli di legislatura di CDX. Quest’ultimi accusati di avere banditi i turni che non erano utili, tra cui quelli di Psichiatria del Carcere di Arghillà. Qualcuno, all’interno del palazzo padronale dell’Istituto ha probabilmente dato anche una manina per non far nominare qualche specialista particolarmente non “simpatico”, indipendente dai poteri che nulla hanno a che fare con i servizi da fornire come servitori dello Stato. Storie anche queste di sanità “padronale” di cui avevamo perduta la memoria.

Ma si sa, la precarietà e l’inerzia  dei commissari  ha creato in Calabria una lunga stagione di incertezze. Si sarebbe potuto evitare questo Suicidio con un servizio responsabile di psichiatria, come aveva ben visto l’ASP 5 con il dott. Franco Sarica, invece di un servizio “part time” costituito dalle cosiddette visite “extra moenia” specialistiche.

Di chi sono le colpe, se dovessimo trovare un colpevole per il fallimento del servizio sanitario penitenziario reggino, dovremmo iniziare a domandarcelo da questa triste storia anche perché a tutt’oggi, con i palleggiamenti dell’ASP 5  il diritto alla salute dei detenuti è negletto e forse non è un caso e qualcuno dal suo dorato e super controllato ufficio potrebbe anche compiacersi a danno dei pazienti che tali sono anche se detenuti.