Sicilia, la patacca dell’autosospensione. Crocetta prende tempo per non rinunciare allo scranno

Dopo le intercettazioni con Tutino, il Governatore siciliano finisce alla gogna mediatica. Le dimissioni tardano ad arrivare, nonostante l’indignazione espressa da Lucia Borsellino e la solidarietà di Renzi e Mattarella all’ex assessore. La testa di Crocetta la chiedono in molti: dal Pd ai grillini, nemici e amici di ieri e di oggi

Crocetta e Borsellino - foto LaPresse

Crocetta e Borsellino – foto LaPresse

Le intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il presidente Crocetta hanno messo in subbuglio la politica siciliana. Il Governatore ha deciso di autosospendersi nell’attesa di un chiarimento con le autorità inquirenti. Una formula compromissoria, che è difficile decrittare al di fuori dei bizantinismi del palazzo, se è vero che il Pd all’Ars – su mandato di Renzi – era già pronto stamane a decretare la sfiducia.

Rosario Crocetta - Foto LaPresse

Rosario Crocetta – Foto LaPresse

Il fallimento politico di Crocetta è sotto gli occhi di tutti: di là dalle comparsate in Procura – con misteriosi faldoni sotto braccio, che puntualmente avrebbero dovuto far luce sulle malefatte dei suoi predecessori e che, altrettanto scientificamente, si sono rivelate espedienti elettorali – di lui si ricorderà ben poco: la mancata riforma delle Province, l’esorbitante deficit, la stravagante alleanza coi cuffariani e coi lombardiani.

Perfino il qualunquismo antimafia, autentico marchio di fabbrica di una sinistra che concepisce come immorale qualsiasi cosa non corrisponda a se stessa, è crollato dopo i recenti sviluppi giudiziari: sì, perché se il tuo medico personale si sente in diritto di giudicare l’operato dei tuoi assessori e, con serietà o con spavalderia grottesca, si lascia scappare parole agghiaccianti, e tu per tutta risposta stai lì, supino, senza proferir parola, vuol dire che la pantomima della rivoluzione è finita, che il sipario è calato.

Lucia Borsellino - foto LaPresse

Lucia Borsellino – foto LaPresse

Intendiamoci, probabilmente a livello penale non ci sarà nessun elemento che potrà mettere in discussione la figura del Governatore. Ma per quanto spiaccia delegare alle Procure la liquidazione di un leader, è impossibile glissare di fronte ad un siffatto scenario: il custode dell’ortodossia legalitaria ascolta in silenzio contumelie indirizzate ad una vittima di Cosa Nostra. C’è materiale a sufficienza per evidenziare lo squallore di fondo di una chiacchierata inopportuna, qualora questa venisse confermata.

Crocetta si è difeso strenuamente: ha giurato di non aver sentito quella battuta, altrimenti avrebbe tempestato l’interlocutore di ceffoni. Ma delle due l’una: o il Governatore mente per salvare il salvabile, nel qual caso la farsa assume toni avvilenti; o Crocetta dice il vero, e allora – se l’intercettazione fosse agli atti – dovremmo suggerirlo quale testimonial modello per l’Amplifon.

Ad ogni modo – lo diciamo a bassa voce, senza urlare indignazione – vorremo un presidente della Regione in grado di drizzare le antenne: perché se è vero che il medico non glielo può indicare il Csm, chapeau, è altresì vero che il Presidente dell’isola non è tenuto ad ascoltare clinici sermoni su questo o quell’amministratore locale.

Una battuta conclusiva la meritano, infine, gli amici di ieri, sciacalli pronti a saltare sul corpo martoriato del re. L’idea di licenziare ignominiosamente Crocetta torna in voga ora che il suo nome è stato sbattuto in pasto all’opinione pubblica: quando sostituiva 34 assessori in due anni, tutti lo osannavano per la sua tenacia riformista. Ça va sans dire.