L’antimafia? E’ diventata un espediente per far carriera. Gli eroi non siano santini, ma fulgidi esempi

L’idea di costruire una contro-Cupola è surreale. Attribuire patenti di moralità torna comodo a chi le conferisce: così si può forzare il sistema senza oneri eccessivi. Ed il trionfo dell’antimafia diventa il celebre successo “della mafia dell’antimafia”

Commemorazione Borsellino 2015 - foto LaPresse

Commemorazione Borsellino 2015 – foto LaPresse

Verrà un momento in cui dovremo fare i conti col passato e, ancor di più, dovremo riscoprire Sciascia, comprendere il presente per superare uno degli storici vizi della nostra cultura. Lo voglio scrivere da siciliano, senza troppi giri di parole: l’antimafia, come concetto a sé stante, non esiste né è mai esistito.

L’idea che Cosa Nostra possa essere rivoltata come un calzino, e dalla Cupola criminale possa nascere una contro-Cupola di persone perbene, è surreale perché mira a cristallizzare posizioni di probità etica e pretende, al tempo stesso, di gerarchizzare un impianto di contropotere legalitario.

via D'Amelio - foto LaPresse

via D’Amelio – foto LaPresse

Non è così: la sfida che le cosche hanno lanciato allo Stato sin dall’alba dei tempi è sottile perché mina il monopolio della forza legittima vestfaliana, erode il controllo del territorio ricorrendo alla minaccia di morte o al terrore per gli affetti come modus operandi.

Lo Stato, cioè la collettività che ha stretto un patto sociale per edificare una nazione, rappresenta ipso-facto l’alternativa pura e legittima a questo contro-potere delinquenziale, senza che vi sia la necessità di ridefinire assetti identitari in funzione di una contrapposizione antitetica evidente. Che senso avrebbe la carriera di un magistrato, se questo non potesse fregiarsi di combattere la criminalità tutta, organizzata e non? Chiedere il pizzo, estorcere denaro, praticare l’usura non è forse una forma di mafia? E perché mai il magistrato che indaga e acciuffa un cravattaro dovrebbe essere considerato, in una top-ten dell’impegno etico profuso, su un piano inferiore rispetto a quello che cerca eventuali mandanti politici delle stragi ordite dalle ‘ndrine?

Le patenti morali, da che mondo è mondo, servono più che altro alle consorterie che le conferiscono, di là dalle discutibili valutazioni di merito.

Commemorazione Borsellino 2015 - foto LaPresse

Commemorazione Borsellino 2015 – foto LaPresse

L’antimafia, come concetto a sé, è stato utilizzato soprattutto da una pletora di personaggi che volevano urlare la propria diversità per forzare il sistema, trasformando la berlingueriana “questione morale” in questione moralistica di basso profilo, lucrando uno scampolo di potere per poi proiettare un nuovo sistema, assai simile nelle fondamenta.

Crocetta, in questo frangente, non c’entra nulla. O almeno, non secondo il dettato delle intercettazioni-fantasma dell’Espresso. Ciò che dovrebbe indignare la cittadinanza non è, allo stato attuale, il presunto scambio di battute osceno sull’assessore Borsellino che, se confermato, ovviamente sancirebbe la fine dell’esperienza politica del Governatore. Dovrebbe indignare, semmai, il materiale agli atti, quella tranquillità con cui il medico del Presidente regionale faceva e disfaceva i vertici dell’Asp senza alcun mandato, ragionando ad alta voce non in termini di servizio ma di resa elettorale.

Crocetta e Borsellino - foto LaPresse

Crocetta e Borsellino – foto LaPresse

E’ il baratto della salute pubblica per piccoli interessi di bottega che dovrebbe destare sgomento. Il problema è che ci siamo assuefatti a questa mentalità, che abbiamo assorbito ogni malcostume nella certezza, quasi scientifica, che chi verrà non sarà meglio di quanti lo hanno preceduto. Una forma di tacita rassegnazione ahinoi giustificata dall’attualità, se è vero che dopo Cuffaro – attualmente detenuto a Rebibbia – sono arrivati Lombardo e Crocetta, nel miglior caso padri putativi di un sistema camaleontico di blocchi di potere.

Se i siciliani vorranno riscoprire il “fresco profumo di libertà” invocato da Paolo Borsellino, essi dovranno tornare ad un sano equilibrio nel giudizio. La cultura del sospetto, diceva quell’altro eroe che è stato Giovanni Falcone davanti al Csm, non è foriera di verità, ma anticamera del khomeinismo. Chissà se stavolta, dopo Tutino ed Helg, riusciremo a capirlo.