Venezia, la sconfitta di Casson e quei magistrati prestati alla politica

Il tracollo del Pd in laguna è un monito a chi predica il giustizialismo

Felice Casson - Foto LaPresse

Felice Casson – Foto LaPresse

D’accordo, Venezia non è la Stalingrado d’Italia, non ha lo stesso significato simbolico di Livorno nella storia della sinistra, città peraltro oggi amministrata dai 5 Stelle. Epperò nel capoluogo veneto, dal 1993, Giunte progressiste si susseguono per l’amministrazione degli interessi lagunari. Dal che la sconfitta di Felice Casson, maturata nel secondo turno di questa tornata amministrativa, assume per il Pd un significato importante.

Stefano Fassina - foto LaPresse

Stefano Fassina – foto LaPresse

Dietro la candidatura del magistrato “prestato alla politica“, senza che l’elettorato abbia particolarmente apprezzato tale gentile concessione, non c’erano i renziani ma la minoranza interna: il gruppo Civati, i Fassina, i Cuperlo, l’armata Brancaleone che imputava ed imputa a Renzi la sconfitta causata dall’assenza di collegialità. Certo, Renzi ha fatto di necessità virtù, si è rimboccato le maniche e ha lavorato per l’elezione del candidato unitario. Ma la bocciatura elettorale non avviene sulla scia di una percezione negativa dell’operato del Governo: lo ha confermato lo stesso Cacciari, maître à penser del riformismo veneto, il quale ha laconicamente sentenziato che “il Pd ha fatto di tutto per perdere, l’idea di un volto nuovo non è mai stata accolta“.

toghe magistratiCasson ha incassato la sconfitta con stile, dopo aver esultato in pompa magna per il trionfo delle primarie. Dietro il rifiuto della sua proposta possiamo certamente leggere l’assenza di progettualità di una classe dirigente ormai chiusa nei palazzi del potere. Fisiologicamente l’elettorato cerca di cambiare rotta dopo una stagione di magra. C’è, però, anche una forma di disagio, espressa soprattutto dai moderati, innanzi alle “discese in campo” dei togati. E  se l’occasione è buona per denunciare la mancata comprensione della “questione settentrionale” da parte del primo ministro, non si capisce perché bisognerebbe essere indulgenti rispetto all’impegno profuso dai pm nell’agone pubblico. Casson, già parlamentare promosso dal Csm, è uomo di confine, perennemente in bilico fra la sua vocazione legalitaria e le intemperanze partitiche. Contro Renzi ha espresso giudizi sibillini sulla scia della democratura denunziata da Scalfari, contro Berlusconi – “parlando da magistrato” – ha riscoperto la sua vocazione professionale, pretendendo l’espulsione da Palazzo Madama.

C’è anche questo nella sconfitta della sinistra: le incoerenze di chi ha benedetto il sindacato e maledetto il Jobs Act, salvo poi promuovere ad assessore in pectore il liberista doc Giavazzi. E se oltre a Venezia perdi Arezzo, Matera, Fermo e Nuoro, forse lo stato di salute del cantiere dem non è dei migliori.

Matteo Renzi - foto LaPresse

Matteo Renzi – foto LaPresse

A questo punto la palla torna a Palazzo Chigi, su cui ricadrà il compito di dare nuova linfa al progetto della “rottamazione al potere”. Non a caso nei corridoi di Camera e Senato trapela la volontà dell’Esecutivo di abbandonare, almeno per il momento, la #buonascuola, investendo energie e risorse nelle unioni civili, per ricompattare il proprio elettorato cavalcando un tema storico di Ulivista memoria. Va bene tutto, ma se il Pil non cresce di almeno 1 punto percentuale, per Renzi sarà bufera.