Il Pd appicca il fuoco sul carro dei vincitori. Renzi pronto a riprendersi il partito

La sinistra interna accusa Palazzo Chigi, ma il premier non ci sta: avete fatto quello che avete voluto, adesso basta

Matteo Renzi - foto LaPresse

Matteo Renzi – foto LaPresse

Prima lo hanno logorato dall’interno: lo hanno accusato di essere un satrapo, il prodotto del bubbone berlusconiano, l’artefice della deriva autoritaria di una pseudo-sinistra che tende alla “democratura”. Poi lo hanno contrastato nell’arena politica, facendo sfilare alle primarie una serie di candidati imbarazzanti che Emanuele Macaluso, colonna storica della sinistra italiana, definisce non a torto “dei cacicchi locali“, utilizzando al contempo la Commissione Antimafia come un’arma impropria. Infine, incassata la sconfitta a Venezia come a Gela, hanno caricato a testa bassa: la figura dell’uomo solo al comando non tira più.

Eppure da quando Matteo Renzi si è insidiato a Palazzo Chigi mai come in questa tornata elettorale ha predicato e praticato la collegialità. La sua antipatia per Vincenzo De Luca è nota da tempo, al netto delle dichiarazioni da campagna elettorale; il feeling con Emiliano non è mai sbocciato; la Paita era una scelta obbligata nel segno della continuità con Burlando; e Casson, oh Casson, per l’ex sindaco di Firenze ha lo stesso appeal mediatico di una mangusta.

Ciononostante l’uomo degli inciuci nazzarenici ha chinato il capo: gambe in spalla e pedalare, ha battuto i teatri regionali cercando di attirare il consenso sugli uomini di quella minoranza che da sempre lo osteggia. Per questa ragione adesso, ad urne chiuse, non accetta con spirito remissivo l’offensiva dei Fassina.

Luigi Brugnaro - foto LaPresse

Luigi Brugnaro – foto LaPresse

Se Casson avesse tenuto Venezia, probabilmente avremmo letto l’apoteosi del Civati-pensiero su Repubblica. Con la bocciatura degli elettori, invece, non traspare il dato reale delle elezioni – in parole povere nel centrodestra vince il candidato renziano, nel centrosinistra perde quello manettaro – ma il dato artefatto, tanto che Ezio Mauro si spinge a scrivere stamaneO Renzi fa il Capo del governo e libera l’autonomia del Pd, trasformandolo in quel soggetto politico che non è, oppure deve occuparsi del partito, dotandolo del fondamento culturale che ancora manca“, quasi che trasformare il partito fosse un’operazione di pari importanza rispetto al cambiamento del paese.

Il Pippo nazionale, intanto, pontifica sul 40% delle europee dilapidato dal Pd a trazione renziana: così la coalizione sociale di Landini, i Podemos all’amatriciana, tenta di navigare fra le tempestose onde del Transatlantico, ricordando inconsapevolmente la parabola de “il Manifesto“, quotidiano a fallimento ciclico che risorge grazie ai contributi pubblici e alla solidarietà di una nicchia di lettori.

Civati, Vendola e Cuperlo - foto LaPresse

Civati, Vendola e Cuperlo – foto LaPresse

Ma se nell’editoria il “meno siamo e meglio stiamo” può anche avere un sapore elitario, in politica esso si traduce con una vocazione minoritaria che annulla qualsiasi progetto progressista e regala campo alle destre di Salvini e Cinque Stelle. Prova ne sia il braccio di ferro ligure vinto da Toti o il clamoroso tonfo siciliano.

Renzi non è uno sprovveduto, anzi emula in ambito politico l’Arrigo Sacchi che fu: così stamane ha invertito immediatamente la rotta, passando all’attacco per alzare la difesa. In una chiacchierata con Massimo Gramellini sulla Stampa, ha spiegato la road map per recuperare voti: “Devo tornare a fare il Renzi 1. Infischiarmene dei D’Attorre e dei Fassina e riprendere in mano il partito“. Se deve pagare lo scotto di una sconfitta, insomma, vuole giocarsela almeno con le proprie carte.