Mafia Capitale, il metodo Renzi per liquidare Marino

Il sindaco è in equilibrio precario ed il premier è pronto alla sfiducia

Matteo Renzi - Foto LaPresse

Matteo Renzi – Foto LaPresse

Il cordone ombelicale che lega una parte del Pd alle correnti politicizzate della magistratura doveva essere reciso con forza: se la rottamazione ha mai avuto senso, una svolta oculatamente legalitaria, senza sudditanza verso le Procure, doveva essere alla base della “nuova era” renziana. Eppure il premier, allorquando si è trovato nella condizione di decidere le sorti dei compagni di strada finiti in una bufera giudiziaria, ha sempre fatto spallucce, con buona pace del garantismo tanto al chilo venduto negli studi di Porta a Porta.

Ignazio Marino - Foto LaPresse

Ignazio Marino – Foto LaPresse

Di fronte a Bruno Vespa il primo ministro è stato chiaro: nessuno all’interno dell’Esecutivo nutre la volontà di sciogliere per mafia il Campidoglio. L’accusa è infamante e la capitale di un paese non può essere soggiogata da uno scandalo di siffatta natura. Siccome, però, in politica alla vocazione deliberativa si accompagna l’arte della persuasione, da circa due settimane a questa parte con regolarità scientifica partono bordate indirizzate al sindaco Ignazio Marino.

Prima c’è stato il leitmotiv “vada avanti se sa governare“, recitato all’unisono da Renzi e Serracchiani; poi sono arrivate le richieste di chiarimenti in merito al salario accessorio dei dipendenti; in seguito si sono registrate le dimissioni dell’assessore Guido Improta; e, infine, le minacce della Boschi (” è nostro dovere metter al primo posto il rispetto della legge e della legalità. Se emergeranno nuovi elementi, il Governo si prenderà la sua responsabilità“). C’è ancora una carta in serbo su cui i bookmakers di Palazzo Chigi sono pronti a scommettere: le dimissioni fra una settimana di Silvia Scozzese, già responsabile del Bilancio per la Giunta capitolina.

Maurizio Lupi - foto LaPresse

Maurizio Lupi – foto LaPresse

La sequela non è casuale: il disegno di destabilizzazione è tipico dei renziani e tanto ricorda, per certi aspetti, la vicenda che coinvolse Maurizio Lupi. Il premier fa così: non invita la controparte alle dimissioni per scongiurare il rischio mediatico di un braccio di ferro di ferro, ma crea le condizioni tali da rendere indispensabile un passo indietro del penitente di turno. E pazienza se Marino ha la sola responsabilità di essere un amministratore impopolare ed universalmente ritenuto poco adatto alla carica. Sebbene non vi siano rilievi penali a suo carico, si può creare ugualmente un clima di esasperazione che porti gli osservatori ad affrontare il capitolo dimissioni come un atto dovuto.

Alessandro Di Battista - Foto LaPresse

Alessandro Di Battista – Foto LaPresse

Ma se il fallimento di Marino non è giudiziario, se cioè il suo coinvolgimento nell’inchiesta non sussiste, l’accanimento nei suoi confronti ha ipso facto una natura politica e rinvia ad un giudizio di carattere generale sull’operato del Pd nella Città Eterna. E’ un punto importante che il gruppo dirigente democratico sta momentaneamente trascurando: percorrendo questa strada il rischio concreto che si corre è quello di regalare munizioni all’armata dei 5 Stelle, già pronta a marciare su Roma al grido di onestà.

Paradossalmente a beneficiare di questa faida potrebbe essere quel centro-destra che appare ancora oggi mezzo disastrato: e il nome di Alfio Marchini per la maratona elettorale diventa ben più che una mera suggestione.