Elezioni Regionali: il Pd non sfonda, i 5Stelle restano terzi, la Lega fa il boom

Le grandi sorprese sono Toti e De Luca: sottovalutati e impresentabili vincono a man bassa

Salvini e Zaia - Foto LaPresse

Salvini e Zaia – Foto LaPresse

Le elezioni regionali volgono al termine e i dati pressoché definitivi indicano chiaramente come il Pd abbia conquistato cinque delle sette regioni in ballo. Renzi ottiene una vittoria in Campania, in Puglia, in Toscana, nelle Marche e in Umbria. Esce invece ridimensionata la forza del premier in Veneto e Liguria, dove l’alleanza Lega-Forza Italia consente al centrodestra di conquistare due avamposti. Fin qui la fotografia dei dati.

Giovanni Toti - Foto LaPresse

Giovanni Toti – Foto LaPresse

Entrando nel dettaglio il risultato forse più sorprendente è l’affermazione di Toti in Liguria: l’ex direttore di Studio Aperto, conquistando il 34,5% dei consensi, ha ottenuto la carica di Governatore a spese della Paita, la candidata di punta renziana che ha strappato un magro 27,8%. Il Pd paga la scissione di Luca Pastorino, rappresentante dell’area Civati, apertamente sostenuto da Cofferati. Per lui il 9,4% delle preferenze: una prestazione sottotono, che però ha determinato l’ascesa di Toti a posizioni di potere.

E se in Liguria il centro-sinistra perde il suo feudo, lo stesso non si può dire per la Lega in Veneto dove, nonostante gli annunci in pompa magna, Alessandra Moretti ha conquistato un magro 22,75%. Zaia, invece, col 50% dei voti stravince la tornata, distruggendo indirettamente la “corazzata Tosi“. Per l’ex sindaco di Verona il risultato però non è ingeneroso: ottenere l’11,63% in due mesi di campagna elettorale rileva la capacità di essere presente sul territorio, sebbene la proposta politica sia stata sostanzialmente rispedita al mittente.

Altra battaglia combattuta sul filo del rasoio è stata quella umbra, dove Catiuscia Marini del Pd ottiene l’agognata vittoria col 42,78% delle preferenze. Il candidato indipendente appoggiato dal centro-destra, Claudio Ricci, dimostra col 39,27% come la Regione non sia un feudo inespugnabile, contro ogni previsione e contro ogni exit poll.

Michele Emiliano - Foto LaPresse

Michele Emiliano – Foto LaPresse

Vittorie abbastanza nette in Puglia per Emiliano ed in Toscana per Rossi. La Campania, terra contesa dove il Nuovo Centro Destra sperava di pesarsi per rivendicare la propria importanza strategica sul tavolo romano, segna invece l’ascesa dell’impresentabile De Luca. Il sindaco di Salerno lascia due punti a Caldoro e con 903mila preferenze manda un segnale alla Bindi e alla riottosa minoranza interna.

Il Movimento 5 Stelle, cui molti ascrivono una buona affermazione, tiene senza sfondare: in Liguria, Veneto, Campania, Toscana e Umbria è la terza forza. In Puglia Antonella Laricchia per pochi decimi strappa al candidato fittiano il secondo posto, ivi considerato il fatto che il centro-destra andava diviso in virtù della candidatura di Adriana Poli Bortone, bocciata col 14,65%. Decisamente migliore il risultato nelle Marche dove Giovanni Maggi ottiene il 21,78% per i grillini. Molti osservatori, sin dalla tarda serata di ieri, conferivano al Cinque Stelle il ruolo di primo partito a livello nazionale: un’affermazione assai azzardata. Come ha evidenziato Michele Emiliano, che pure ha aperto ai grillini sul fronte della formazione della nuova Giunta, i voti delle liste civiche apparentate al Pd spesso e volentieri vanno considerati quali voti propri del Pd stesso: per questa ragione tentare di proiettare i dati regionali a livello nazionale è un’operazione raffazzonata, buona al più per le congetture di Palazzo.

Una netta vittoria la conquista, invece, il movimento di Salvini, che cannibalizza Forza Italia in quasi tutte le regioni. La Lega ottiene il 20% in Liguria, il 17% in Veneto (più il 23% della lista Zaia), il 16 in Toscana,  il 13 nelle Marche, il 14 in Umbria. Un’affermazione corale che, se raffrontata ai dati delle europee, segnala ancora una volta lo stato di buona salute del movimento di via Bellerio. Non a caso sui social network il leader del Carroccio esulta: “la vera alternativa a Renzi siamo noi“.

Renzi e Orfini - foto LaPresse

Renzi e Orfini – foto LaPresse

E se l’opposizione, pur con qualche distinguo, attacca la maggioranza ridimensionata dalle urne a dispetto del 5 a 2 finale, il Pd minimizza i dati, evidenziando come non fosse in gioco la tenuta del Governo. Renzi, però, avrebbe storto il naso di fronte al risultato di Civati, un risultato sì marginale ma che ha compattato le destre e rilanciato la progettualità sul fronte conservatore. Lungi dal voler mediare, proponendo un patto di desistenza, Renzi avrebbe in mente un’ulteriore accelerata di tipo riformista: il premier avrebbe già messo all’ordine del giorno una discussione sulla lealtà della minoranza, sui vincoli dell’appartenenza e sul rispetto delle regole. Da Palazzo Chigi, insomma, potrebbe arrivare un monito abbastanza netto: chi punta a ostacolare le riforme che il Governo, a torto o a ragione, ritiene prioritarie – e si muove consequenzialmente per sabotare le mozioni approvate in direzione – si pone inevitabilmente fuori dal Pd. Essere logorati dalla minoranza non va bene. Così, sostiene l’ex sindaco di Firenze, si fa il gioco di Berlusconi. E guai a considerare il Caimano morto…