“Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura”: presentato a Reggio il libro nel 40° anniversario dell’assassinio

L’uccisione di Sergio Ramelli suscitò commozione e sgomento nell’Italia post ’68 che si avviava drammaticamente e tristemente ai famigerati “anni di piombo”

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L’uccisione di Sergio Ramelli suscitò commozione e sgomento nell’Italia post ’68 che si avviava drammaticamente e tristemente ai famigerati “anni di piombo”. Anni in cui, nel nome degli “opposti estremismi”, si consumarono tragiche aggressioni che spezzarono decine di giovani vite sia di destra che di sinistra. Ramelli era un ragazzo come tanti, che viveva i suoi 18 anni fra lo studio, il calcio, la fidanzata e la politica. A quarant’anni di distanza la sua fine, spietata e straziante, è diventato l’emblema di una stagione di ferocia ideologica i cui postumi si risentono ancora oggi. Il libro, che è giunto alla settima edizione con una tiratura di oltre 25.000 copie, è stato presentato al Palazzo della Provincia alla presenza del coautore Guido Giraudo, grazie all’organizzazione del Centro Studi Tradizione Partecipazione insieme ai militanti di Reggio Futura, Destra per Reggio, Alleanza Calabrese, Fratelli d’Italia, Fiamma Tricolore, Movimento Reggini Indignati, Ordine Futuro, Movimento Autonomo Alternativo. Ad introdurre l’argomento, un video che richiama la triste vicenda umana e giudiziaria. “Sergio Ramelli era solo un giovane studente e l’unica sua “colpa” è stata quella di essere un militante del Fronte della Gioventù”, ha detto in apertura il Presidente del Centro Studi Tradizione Partecipazione Giuseppe Agliano. “Ramelli è vittima di una violenza ideologica senza senso, di una mentalità che non vuole pacificare, ma amplificare il contrasto fra le giovani generazioni – afferma Agliano – un omicidio barbaro, non solo per la dinamica e per la violenza, ma anche per le motivazioni che spinsero il gruppo armato delle famigerate hazet 36 a colpire un ragazzo che rappresentava quell’ideale di militanza che noi, giovani di allora, avremmo voluto essere. Una giovane vittima che rientra a pieno titolo in quel processo che si definisce “strategia della tensione”, che registri occulti hanno voluto perseguire. I suoi aggressori, i suoi carnefici, nemmeno lo conoscevano, né avevano un motivo – continua Agliano – “ci hanno fatto vedere una fotografia e ci hanno detto di aggredirlo e noi lo abbiamo fatto” dichiararono. Questo – ha ricordato il Presidente del Centro Studi – è l’ennesimo omaggio di Reggio Calabria alla memoria di Ramelli, nel 1985 gli dedicammo un concorso letterario nelle scuole e il 14 luglio del 2002 fu rappresentata a Piazza Camagna l’opera teatrale di Paolo Bussagli “Chi ha paura dell’uomo nero – Discorso su Sergio Ramelli”. “Sergio è discriminato solo perché di destra, anche nella memoria, che dimostra come in un paese civile oggi ci si trovi di nuovo sotto attacco non solo politico, ma anche fisico.” Ne è convinto Nicola Malaspina, Vice presidente del Centro Studi, che ricorda come “a Milano fino al 2009 c’erano due manifestazioni una ufficiale e una non ufficiale, fino a quando Mamma Ramelli non ha richiesto unità, per questo si può dire che l’ambiente di destra si è unito nel nome di Sergio. Un nome che fa ancora paura, un terrore che spiega gli attacchi dei giorno dell’inaugurazione dell’EXPO quando le sedi della libreria Ritter, dell’UGL e di Forza Nuova sono stati oggetto di attentati incendiari. Come se la cultura della sinistra, o una parte di essa, permettesse il rogo dei libri, legittimasse la mancanza di dialogo in nome della violenza.” Per questo, conclude Malaspina, “bisogna opporre resistenza, fatta di persone che esprimano la nostra cultura, per questo bisogna ritrovare le radici, in nome di quelli che hanno dato la vita, che si sono sacrificati per i nostri ideali.” L’intervento di Guido Giraudo è particolarmente carico di sentimento: amico, coetaneo, “camerata” dello stesso Ramelli. Lo scrittore esalta Reggio Calabria: “è una delle città più antiche d’Europa, per me rappresenta un simbolo ma anche l’origine di base della mia attività politica. Con la Rivolta di Reggio, vivendo quella che è stata un’epopea, ho vissuto, immaginato e persino sperato che ci potesse essere in tutta l’Italia la rivolta contro il malaffare.” “ La forza del libro è cronaca, fredda, dura, drammatica – sottolinea Giraudo – uno spaccato di questo Paese, la storia di un simbolo, una storia che non passa, perché nel 2015 tutto quello che sta succedendo ha riacceso i riflettori sulla storia di Sergio e raccontarla diventa una necessità. Tutto si riproduce con lo stesso accanimento, oggi ci sono pericoli che minacciano quei residui di libertà che rimangono in questo paese. Oggi sei nazista, xenofobo e razzista, solo perché commemori un ragazzo, in un quartiere che conosce bene la vicenda e che l’ha accettata, mentre la stampa e gli attivisti della sinistra estrema no. La storia di Sergio è tutto questo, una fotografia di uno spaccato non solo passato, ma anche presente, delle battaglie tradite dalla sinistra extraparlamentare che ha utilizzato le occupazioni abusive per la speculazione edilizia, delle beghe interne ai servizi d’ordine dei movimenti che si coalizzano e scelgono “scientemente” un ragazzo innocuo e indifeso non i “fascisti con le spalle forti”. Sergio è stato additato, schedato, da compagni di classe, dai professori, dal preside della sua scuola che si giustifica affermando “quello era il clima”. Una pazzia che parte dalla critica alle “Brigate Rosse”, dall’insensatezza che per difendere dei criminali si può diventare assassini. Uno shock per quei tempi, per quelle generazioni di destra che erano cresciute con il mito dei cavalieri teutonici, degli italiani e degli austriaci che si stringevano la mano, del “nemico che si riconosce”. In quegli anni erano diecimila solo a Milano, sostiene Giraudo, potevano fare la rivoluzione e non l’hanno fatta, dicevano che erano contro i baroni delle Università e lo sono diventati loro. Per questo raccontare questi paradossi, insieme a questa brutalità diventa necessario, diventa un imperativo per i buoni maestri, perché ognuno di noi si faccia apostolo, maestro della verità. “Rimembrare” la verità con documenti, con prove; raccontarla, per difendere quei ragazzi che da anni subiscono le denunce dell’ANPI e dei Sindacati (cosa c’entrano i sindacati?) per il “presente” gridato durante il funerale di Sergio, durante le sue commemorazioni, accusati di “istigazione al saluto romano”. I fatti di questi giorni, le intimidazioni ai gruppi di destra, la devastazione di Milano, secondo Giraudo, sono frutto della stessa mentalità, dello stesso “soccorso rosso” di allora, degli accordi con la polizia e con il Governo, che finanzia i centri sociali per poi sguinzagliarli con tanto di attrezzature che costano 500euro a persona, con le molotov fatte con le bottiglie di champagne. Trecento persone, che moltiplicato per 500 fanno un totale di 150mila euro e con il Comune di Milano che prima chiede l’aiuto dei cittadini per ripulire la devastazione, e poi finanzia i centri sociali che sono i responsabili delle distruzioni. Non solo, perché come per gli assassini di Ramelli, anche gli attivisti dello scempio dell’EXPO sono difesi da avvocati che hanno appoggi politici anche all’interno del comune di Milano. La storia si ripete, con nuovi archivi, con nuove intimidazioni, con un “Osservatorio” che si dice democratico, ma che scheda gli attivisti e i luoghi della destra, dove tutto quello che viene segnalato, dopo qualche giorno puntualmente brucia. Per questo diventa un drammatico obbligo, conclude Giraudo, raccontare la storia di Sergio, anche di fronte ad un silenzio opprimente, per dare esempi positivi per le generazioni future, per spiegare ai giovani le piccole virtù di Ramelli: coraggio, semplice coerenza, unite alla fede e alla fiducia.” Nel corso del dibattito, sono intervenuti Bruno Ferraro, Lucio Dattola, Franco Polimeno, e Franco Germanò “Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura” e che va raccontata – conclude l’autore del libro – dimostrando la superiorità etica, morale e valoriale. Una storia che rappresenta un baratro dell’esistenza che non vuole e non deve sbiadire, che deve essere ricordato perché gli anti-eroi della morale violenta che legittima gli omicidi non colpiscano più. Perché non si debbano più ascoltare i “cattivi maestri”.