Da Reggio a Messina: se l’accoglienza ai migranti diventa un problema

Bisogna fugare i luoghi comuni ed affrontare sul serio, a livello nazionale, i nodi irrisolti delle politiche migratorie

Migranti Reggio (50)C’è un errore di prospettiva nel politicamente corretto che accompagna, ogni giorno, l’arrivo di migranti sulle coste italiane: l’idea che manifestare ritrosia di fronte ad esodi di massa abbia sempre una natura speciosamente razzista. E’ un male, questo, che ereditiamo dalla politica nazionale, laddove la semplificazione tende alla banalità e la banalità, da che mondo è mondo, porta sempre ad una deriva qualunquista.

In realtà, però, sostenere che le risorse a disposizione degli enti locali siano esigue non è un atto di blasfemia e prendere atto che il Governo, con tutta la buona volontà del caso, non possa drenare risorse illimitate è parimenti un’affermazione sin troppo ovvia. Soltanto una lettura ideologica dei fenomeni migratori, di destra o di sinistra che sia, può cancellare questi dati di fatto.

In un editoriale apparso oggi sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella – autore, fra l’altro, dello splendido libro “L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi” – sgombera il campo dai luoghi comuni: “non si può liquidare – scrive l’editorialista del quotidiano milanese – come fottuti egoisti quanti sono chiamati a incessanti emergenze senza capire bene cosa lo Stato vuol fare. Quali sono le prospettive oltre l’affanno quotidiano“. Il punto è esattamente questo: preso atto del disimpegno comunitario, costellato sempre da frasi di buona creanza e di dolore per le stragi in mare e per il cimitero Mediterraneo, i territori e gli enti locali sono abbandonati a loro stessi, con una sorta di penalità geografica.

Migranti Reggio (26)Messina come Reggio, Lampedusa, Palermo e via dicendo sono città maggiormente esposte, di là dall’impegno del Ministero a ricollocare i migranti presso altre strutture diffuse sul territorio nazionale. L’ospitalità garantita dalla macchina dell’accoglienza trova vasta eco negli atteggiamenti della popolazione, ma l’apertura simbolica delle braccia offerta da qualche amministratore locale non risolve i problemi: al netto della buona volontà, mancano sempre i fondi e una cabina di regia politica.

Uno Stato autorevole non può giocare al rimpiattino delle competenze: è assurdo che la Sicilia ospiti il 21% dei rifugiati mentre il Friuli, terra ricca di risorse e d’opportunità, apra soltanto al 3% di essi. Siccome i disperati al mondo non mancheranno mai e di strateghi lungimiranti in giro non se ne vedono molti, progettare almeno dei siti per garantire ospitalità in maniera equanime sarebbe un atto dovuto. Dovuto, in primo luogo, a chi sul territorio lavora per l’integrazione, senza cianciare a vanvera contro il capitalismo o contro l’orco comunitario.