La lezione inglese: l’oltranzismo a sinistra non paga

I partiti progressisti vincono se adottano una linea riformista, con buona pace degli intellettuali

Foto LaPresse- Daniel Leal-Olivas

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Sono passate quasi due settimane dal trionfo di David Cameron nel Regno Unito, eppure la sinistra laburista non sembra aver metabolizzato la sconfitta. Il premier ha letteralmente sbaragliato la concorrenza, con buona pace degli istituti demoscopici che paventavano, ad urne ancora aperte, il rischio del pareggio. Contro ogni funerea previsione, contro “l’italianizzazione di Westminster” per usare il gergo dei media della City, Cameron ha fagocitato i liberal-democratici, ha estromesso dalla vita politica di Londra l’Ukip e ha ridotto al lumicino la controparte socialista. Ed Miliband, punito dagli elettori, ha rassegnato immediatamente le dimissioni, assumendo su di se l’intera responsabilità del disastro elettorale.

Ma è stata davvero una prestazione deludente, quella del parlamentare quarantaseienne che voleva rivoluzionare il Labour? In realtà, ad osservare il quadro politico d’oltremanica, addossare le colpe solo sull’ex candidato sembra un’operazione riduttiva. Miliband ha saputo conquistare le prime pagine dei giornali, ha retto alla prova televisiva con maestria, si è dimostrato una figura “premierabile”, un uomo pragmatico dotato di senso delle istituzioni.

foto LaPresse

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Se la forma è stata inappuntabile, il problema risiede verosimilmente nei contenuti, nel messaggio che la sinistra britannica ha veicolato agli elettori. E qui il ragionamento si sposta su un piano concettuale che riguarda da vicino non soltanto gli inglesi, ma l’intera famiglia socialista europea, affascinata dalla retorica di Piketty e Stiglitz e dalla lotta alla disuguaglianza.

Nel proprio disegno politico, Miliband ha inteso arginare la crisi attraverso una serie di misure redistributive, appoggiando quella corrente di pensiero che ha portato, in Grecia e in Spagna, all’affermazione di Syriza e di Podemos. L’idea di fondo è che la crisi globale del capitalismo non possa essere affrontata con le riforme thatcheriane disposte dagli Esecutivi nazionali sino a questo momento. In tal senso il Labour avrebbe dovuto rispondere ad una metaforica chiamata alle armi, ridiscutendo il proprio profilo identitario dopo l’abbandono del marxismo sancito dall’allora capo del governo Tony Blair.

Foto LaPresse - REUTERS/Russell Cheyne

Foto LaPresse – REUTERS/Russell Cheyne

A dispetto delle proiezioni stilate dagli intellettuali, certi che la scommessa contro l’austerità avrebbe pagato, la Gran Bretagna ha preferito l’usato sicuro di David Cameron, premiando semmai – in antitesi – l’indipendentismo scozzese di Nicola Sturgeon. A Miliband è franato il terreno sotto i piedi e si è davvero trovato catapultato in una sorta di nefasta proiezione onirica, dove il lavoro svolto meticolosamente per anni è rovinato sotto l’incudine dei Tory.

Non è la prima volta che nel cuore dell’Europa occidentale la sinistra paga lo scotto di un approccio che potremmo definire ortodosso. L’egemonia merkeliana in Germania e l’estinzione dello zapaterismo iberico molto rivelano sulla lettura della società attuata dalle forze riformiste: l’idea che il capitalismo sia sempre in fin di vita è in contrasto col dinamismo del mercato medesimo e soprattutto con lo spirito dei tempi, con l’idea che la ripresa sia finalmente un obiettivo a portata di mano, dopo anni di sacrifici e di vacche magre. Mentre gli europei guardano al domani con rinnovata fiducia, alcune correnti puntano i riflettori sui problemi del sistema “deprimendo”, loro malgrado, l’elettorato.

Foto LaPresse - Roberto Monaldo

Foto LaPresse – Roberto Monaldo

C’è un altro aspetto, inoltre, che merita di essere analizzato: è la totale subalternità politica della classe dirigente laburista agli intellettuali. Chiaramente Stiglitz non deve rispondere delle fortune elettorali di Miliband, ma relegare la vittoria di Cameron a fatto di secondaria importanza e spiegare, anzi, che il consenso è arrivato solo in prossimità di aumenti di spesa dettati dalla campagna elettorale, molto rivela sulla volontà di leggere i fatti secondo le proprie opinioni, non già di plasmare queste ultime sul rigore delle analisi scientifiche. I laburisti si sono affidati in toto ai maître à penser stranieri, perdendo il polso del paese reale.

Un paese reale che Cameron, viceversa, ha saputo ascoltare e vezzeggiare, ottenendo – sia pur con qualche rischio – una vittoria che gli osservatori conservatori definiscono entusiasmante: coi laburisti fuori dai giochi e l’Ukip riconosciuta come forza populista inadatta a governare, l’unico problema all’orizzonte restano i nazionalisti scozzesi. Quegli stessi nazionalisti che dovranno confrontarsi, adesso, con un Esecutivo stabile, la qual cosa non avvenne ai tempi del referendum sull’autonomia.