Altro che “impresentabili”: le liste di proscrizione vanno di moda nelle dittature

La commissione antimafia diventa un comitato epurativo e compromette il funzionamento della democrazia

Rosy Bindi - foto LaPresse

Rosy Bindi – foto LaPresse

In uno Stato di diritto sono le leggi a determinare chi si può candidare e chi no. In una democrazia avanzata i partiti costituiscono un ulteriore filtro: essi determinano, per istinto o per senso di opportunità, chi può concorrere alle urne sotto le proprie bandiere.

In Italia, stante l’impianto legislativo ben definito (vedi norma Severino), abbiamo bisogno dei comitati epurativi: a tal fine la commissione parlamentare antimafia diffonderà, alle 13 di oggi, una lista di candidati per le regionali di domenica, contenente i nomi degli aspiranti onorevoli considerati “impresentabili“. Una bocciatura siffatta, alla vigilia del silenzio elettorale, è inqualificabile perché lascia un’onta nei confronti del candidato Tal dei Tali, senza che quest’ultimo possa difendersi dall’offensiva mediatica che prevedibilmente si scatenerà. E’, in altri termini, l’ennesimo dazio pagato ad un becero clima di giustizialismo che puzza di marcio e che serve alle forze populiste e alla minoranza del Pd per mischiare le carte ed inquinare i dati della prossima tornata. Se così non fosse, la tempistica non si spiegherebbe: da quanti giorni sono state rese note le liste elettorali?

Di là dal merito, cioè dall’opportunismo fazioso di certe consorterie, è il modo che ancor ci offende. E’ ammissibile che una realtà parlamentare dia patenti morali al di là del dettato normativo, secondo valutazioni espresse in un consesso ridotto? Il disonore e la vergogna possono cioè diventare armi del sistema, un metodo nei confronti di un cittadino che non è stato condannato, ma è indagato per reati gravi? Il consigliere comunale che opera in un Ente sciolto per mafia, ad esempio, può essere ipso facto considerato reo di aver cagionato infiltrazioni?

De Luca e Renzi - foto LaPresse

De Luca e Renzi – foto LaPresse

Sono quesiti, questi, dettati non dalla volontà di difendere eventuali criminali disposti a trovar fortuna nell’urna, ma a tutelare precetti e principi che una sana democrazia non può trascurare, pena la sua trasformazione in qualcosa di profondamente diverso. Se al Giudice – garante di equità – si sostituiscono le Procure, se allo Stato subentra Rosy Bindi, se tutto ciò avviene nel silenzio compiaciuto di una stampa forcaiola, vuol dire che si sta lentamente deragliando dal nostro ordinamento. Altro che campagna di legalità!

Gli elettori non sono degli imbecilli: conoscono il territorio molto meglio dei parlamentari romani, i quali – da qualche tempo – rispondono più alle direttive dei leader che non agli input della cittadinanza. Un candidato in odore di mafia può essere tranquillamente individuato e boicottato laddove la cultura civica e lo Stato sono presenti, anche per arginare le promesse clientelari legate a quel meccanismo di preferenze che tutti invocano e biasimano al tempo stesso. Sostituirsi al buonsenso dei cittadini, suggerire che Tizio non va votato perché è accusato di corruzione, vuol dire indirizzarne l’opinione sulla base di accuse non suffragate da sentenze, tirando fuori dagli armadi il sudario di Robespierre. I radicali portarono in Europa Enzo Tortora. Era forse un impresentabile?