Accorinti diserta l’EXPO e Messina perde l’ennesima opportunità: meno ideologia, più economia

Il sindaco diserta l’inaugurazione e va al concertone di Taranto: tuoni e fulmini contro l’evento di Milano

(foto) Sindaco Renato Accorinti (Messina)L’Expo è una grande occasione per l’Italia sotto molteplici punti di vista. In termini turistici innanzitutto: le stime generiche elaborate attorno ai padiglioni dell’esposizione universale indicano che 20milioni di visitatori arriveranno in Lombardia. Una presenza massiccia che avrà logiche conseguenze sul Prodotto Interno Lordo. Centoquaranta Paesi – con rispettive imprese, uomini d’affari, ambasciatori e studenti – si interfacceranno sul suolo patrio, sviluppando contatti, rapporti, partnership. E’ di queste ore la notizia che la Regione Sicilia ha instaurato un canale preferenziale nel settore agroalimentare con la Costa d’Avorio, non esattamente un pericoloso avamposto capitalista. L’Expo, insomma, non è il fine: è il mezzo, lo strumento attraverso cui l’opera dell’uomo può essere valorizzata.

Foto LaPresse

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Naturalmente viviamo in un mondo libero, dove libero è anche il mercato: l’Expo non si finanzia da solo, non dispone di una ricchezza d’animo che lo rende di per sé autosufficiente, ha bisogno di sponsor, di sigle che versando capitali guadagnano visibilità. E’ l’economia, bellezza. Ma l’indirizzo della manifestazione è chiaro: al netto delle inchieste giudiziarie e delle speculazioni moralistiche di certi tribuni, l’Expo è un’opportunità. Lo ha capito il Santo Padre, che ne ha lodato le potenzialità.

Non si può dire lo stesso di Renato Accorinti. Intervenendo ieri al concertone di Taranto, il primo cittadino ha abbracciato moralmente la platea: “ho scelto di stare qua. Ero invitato all’Expo come sindaco delle città metropolitane - ha affermato il leader di CMdB – ma non avevo l’interesse a stare in un posto dove si proclama di nutrire la terra e gli sponsor sono quelli che l’affamano“. Boom: esplosione di demagogia, scintille d’insulsa banalità che alimentano la notorietà del “sindaco scalzo” nel cerchio magico di post-demoproletari che lo circondano.

Renato Accorinti pensa che non cambiare sia un merito, a dispetto di tutto.

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Crede, cioè, che avere lo spirito dell’attivista, del contestatore d’avanguardia, sia al tempo stesso un privilegio e una virtù. Sbaglia clamorosamente, perché alla sua persona i cittadini si sono rivolti non per salire collettivamente sul Pilone, ma per trovare la soluzione dei problemi, per iniettare nella “sporca politica clientelare” una dose di valori. E allora una Messina, pur scettica, avrebbe dovuto essere presente a Milano per sviluppare le proprie linee-guida alternative, non rifiutare aprioristicamente il confronto e trincerarsi nel particolarismo ideologico che uccide ogni prospettiva di sviluppo.

Sviluppo: parola ignota a questa Amministrazione che tante energie spende per la pedonalizzazione del centro, ma che poco si concentra sull’emergenza occupazionale. Facciamo il gemellaggio con Assisi all’insegna della pace, ma quando occorre parlare di economia – parola “immonda” che dovrebbe pesare un minimo in un Comune sull’orlo del default – disertiamo gli appuntamenti più importanti.

Accorinti vede nell’Expo una manifestazione post-coloniale, un atto di elemosina dell’oligarchia occidentalista. Giornata Dello Stretto (20) - accorintiE con una naturalezza che lascia esterrefatti se ne impipa altamente dell’opinione pubblica e delle esigenze della sua città: era già accaduto quando a Palermo le puntigliose regole dell’Ars avevano imposto agli uscieri di non farlo entrare sprovvisto di cravatta. Accorinti non glissò, anzi: invocò la lesione dei diritti umani, la libertà di costume e se ne tornò in riva allo Stretto urlando al golpe, mentre in seno alla stanza dei bottoni si discuteva il diritto alla mobilità dei siciliani. Adesso è toccato all’Expo passare sotto la scure no-global del primo cittadino. Spiace constatare un dato: Palazzo Zanca non è roba sua, è la casa dei cittadini. E non basta togliere i tornelli se poi si usa la fascia tricolore non come uomo delle istituzioni, ma come semplice antagonista.