Sicilia, trattativa Stato-Mafia. D’Amico promette: “farò nomi importanti. Mi sono pentito per Papa Francesco”

Il collaboratore di Giustizia ridimensiona la figura di Messina Denaro e alza il tiro sui servizi e su Andreotti

foto LaPresse

foto LaPresse

L’esordio di Carmelo D’Amico nel processo sulla trattativa Stato-Mafia è stato un colpo di teatro. Il pentito messinese, ex referente provinciale di Cosa Nostra, ha infatti annunciato la volontà di fare normi “importanti“, di persone “capaci di tutto, di entrare nelle carceri uccidendo e simulando suicidi o morti naturali“.

D’Amico si è auto-accusato di una trentina d’omicidi, commessi fra il 1992 ed il 2009. Tra gli atti di efferatezza che più hanno colpito i pm c’è stato anche il taglio delle mani ad un ragazzo, frutto di un regolamento di conti con la sua famiglia.

Il pentito ha detto di aver maturato la sua volontà di collaborare con la giustizia dopo la scomunica ai mafiosi emessa da Papa Francesco. Il boss dimenticava, probabilmente, la chiusura già praticata dall’allora Pontefice Giovanni Paolo II all’indomani della sua visita ad Agrigento, quando lanciò l’anatema contro le mafie in nome di Cristo.

Fra le altre rivelazioni che D’Amico ha fornito, c’è il ridimensionamento della storica primula rossa: Matteo Messina Denaro non sarebbe il capo di Cosa Nostra, ma “il capo mandamento della famiglia mafiosa di Trapani“. La fonte di questa informazione sarebbe Antonino Rotolo, lo stesso Rotolo cui D’Amico addebita le informazioni relative alle stragi del ’92: Capaci e via D’Amelio sarebbero state orchestrate da Andreotti, pezzi dello Stato e servizi segreti. “Finora non ho detto tutto per paura, temo per me e per la mia famiglia, ma se mi tutelate parlo” ha concluso il boss innanzi al presidente della Corte d’Assise.