Da De Gennaro a Contrada: la colpa è sempre dello sbirro

La lettura capziosa delle pronunce della Corte testimonia il pregiudizio contro le forze dell’ordine

Foto La Presse

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Nell’arco di pochi giorni due sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo sono state accolte in maniera diametralmente opposta dai quotidiani italiani. La condanna inflitta al paese per le torture perpetrate sugli studenti della scuola Diaz, durante il tragico G8 di Genova, ha sollevato giustamente un’ondata d’indignazione. Titoli roboanti hanno evidenziato gli abusi compiuti dagli agenti, spingendosi talvolta oltre quanto acclarato dalla Corte.

La sentenza comunitaria, infatti, ha valutato gli atti compiuti dagli uomini in servizio, ossia dagli effettivi della polizia che hanno materialmente operato contro i manifestanti inermi.

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Non c’era e non c’è alcuna traccia di presunti “sistemi”, di ordini calati dall’alto per perseguire un disegno di macelleria messicana. Quanti hanno tentato indebitamente di trascinare nel fango l’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, adducendo responsabilità gestionali o morali, hanno condotto in realtà un’operazione politica che non poteva neppure essere desunta dal j’accuse dell’organo giurisdizionale europeo.

La stessa Corte, nella giornata di ieri, ha riabilitato la dignità professionale di Bruno Contrada, già dirigente generale della PS, uomo del Sisde ed ex capo della Mobile di Palermo. Si è stabilito, in sostanza, che il reato ignominioso che gli veniva contestato, quello di concorso esterno in associazione mafiosa, non poteva considerarsi legittimo poiché non era previsto dalla normativa nel momento stesso in cui Contrada operava, adottando ovviamente i metodi investigativi dell’epoca. Non c’era, in altri termini, contiguità.

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Apriti cielo: i tribuni delle carceri hanno accolto la notizia con malcelata indignazione. Contrada non è stato assolto, hanno precisato in coro, semplicemente i reati che ha compiuto non erano punibili per legge in forza delle vecchie normative. Un’affermazione che letta e riletta, se decontestualizzata dal dogmatismo ideologico di cui è intrisa, manda in malora l’equità del processo e scardina d’un colpo le fondamenta del nostro ordinamento giudiziario. Contrada può stare o meno simpatico e può aver operato con metodi discutibili: questo tecnicamente non riguarda la Giustizia. Un cittadino finisce in tribunale se ha violato la legge, non se ha violato un precetto morale che non era codificato dalla normativa.

Appare surreale, ancorché legittimo, che a difendere l’impostazione della Procura siano stati Ingroia e Caselli sul Fatto Quotidiano di oggi. L’impressione è che, per difendere il loro operato, taluni magistrati procedano di crociata in crociata, anche quando è terminato il processo. L’ipocrisia di certa stampa, impegnata nella condanna delle forze dell’ordine a prescindere dal giudizio della Corte Europa, è evidente e al tempo stesso inquietante: tutta la polizia deve rispondere dei fatti di Genova e per Contrada non valgono le campagne innocentiste. Quando da bambini si giocava a guardia e ladri ciascuno recitava un copione: nessuno, con pretesa oggettività, tentava di raccontare i fatti ammanettando puntualmente gli sbirri.