Dal Kenya all’Iran: che fine hanno fatto i pacifisti?

Nessuna bandiera arcobaleno è stata sventolata per il massacro dei cristiani o contro lo sviluppo dell’energia nucleare a Teheran: evviva la coerenza

Foto LaPresse

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Se fosse prevalsa l’oggettività, gli eventi che si sono susseguiti nelle ultime settimane avrebbero fatto gridare allo scandalo i pacifisti e sarebbero stati forieri di manifestazioni ed adunate di piazza.

In Kenya la sigla Al Shabaab - un gruppo islamista formatosi nel 2006 dall’Unione delle Corti Islamiche – ha sterminato 147 cristiani. Molti giornalisti hanno scritto che nel corso dell’attentato sono morte 147 “persone”, altri hanno preferito la dizione “studenti”. Non è così: sono stati falcidiati i cristiani, selezionati per la propria fede nel corso di una forsennata campagna di conversione che punisce con lo sterminio chi ad essa non si piega. E’ la guerra santa, il bagno di sangue come tributo al Profeta.

Non è la prima volta che questo movimento semina il panico nello Stato africano, eppure soltanto dopo l’escalation di violenza gli Stati Uniti hanno garantito la propria solidarietà ed il proprio supporto strategico, nonostante al Qaeda avesse riconosciuto tale realtà quale propria cellula affiliata sin dal gennaio 2012.

Più peloso ancora, però, è il silenzio dei pacifisti: quelli che, con la bandiera arcobaleno, hanno riempito le vie e le piazze delle nostre città alla vigilia delle operazioni condotte dalle truppe occidentali nel contesto mediorientale. Da parte loro nemmeno un sussulto, un fremito, un sibilo di protesta.

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I paladini del “no-war” hanno assunto un analogo atteggiamento nei confronti dell’intesa sul nucleare raggiunta fra Washington e Teheran. Ma come? L’Italia non può ricorrere pacificamente all’energia atomica per questioni di sicurezza collettiva e l’Iran, uno Stato teocratico che minaccia la sopravvivenza d’Israele, sì? Dove sono finiti i movimenti-cocomero, gli ambientalisti verdi fuori e rossi dentro? Come mai non si è levata neppure una protesta contro le dichiarazioni di Mohammed Naqdi, allorquando ha ribadito che “l’obiettivo di cancellare Israele dalla mappa non è negoziabile“? Nessuno si è allarmato? E, ancora, che fine hanno fatto le belle bandiere di quanti sostenevano che “un’altra difesa è possibile“?

Sono domande prive di retorica, se si considera la vulgata prevalente quando si trattano temi complessi come gli affari internazionali. Tutti inneggiano alla mano tesa di Obama, pochi ascoltano le preoccupazioni di Netanyahu. E pazienza se Israele è l’unica democrazia della regione…