Storie di partenze e ritorni: che futuro dare ai giovani del Sud?

Partono non solo da Reggio, ma da tutto il Sud Italia: i giovani di oggi costretti ad emigrare dalla loro terra per costruirsi un futuro

emigrazione giovaniContinua l’esodo dei giovani dalla Calabria. Proprio l’altro giorno, abbiamo pubblicato la lettera di un ragazzo, in cui si esprimeva da un lato tutta la passione ed il coraggio nel cercare di costruirsi un futuro, dall’altro del rammarico e una certa rassegnazione nel constatare che le cose nella sua terra non hanno ancora carburato come si deve. E per “carburare” si intende proprio quella linfa che dovrebbe alimentare lo studio, il lavoro, ogni tipo di iniziativa propositiva, che purtroppo ancora ci manca.

La decisione di quel ragazzo è stata chiara, anche se ragionata a fondo e tutt’altro che semplice da prendere: andare via.

E come dargli torto? Ormai questo verbo, “andare”, è diventato il nuovo “modus vivendi” dei giovani del Sud.

Un modo di vivere tutt’altro che semplice, come invece può sembrare: sono tanti i sacrifici che non solo i ragazzi, ma anche le famiglie devono affrontare, dal punto di vista economico, ma anche affettivo. Non è affatto semplice, infatti, per molti giovanissimi ricominciare da capo, ripensare ad un’altra vita, in un altro posto, con altre persone. Eppure partono: alcuni ce la fanno, come il ragazzo che ci ha testimoniato la sua storia, altri no, e ritornano ancora più insoddisfatti.

E cosa c’è dopo lo studio? Dopo attestati di laurea, corsi, stage, master? Cosa può dare ai ragazzi una speranza? Il mondo del precariato, fatto non solo di giovani, purtroppo, ma anche di tanti (uomini e donne) che ancora oggi cercano di dare sostentamento alle famiglie facendo l’im-possibile.

Ma vediamo anche l’altro lato della medaglia: sanità, lavoro, politica, istruzione, tutti tasti dolenti su cui poggiare ogni tipo di riflessione, ma su questi tasti molti giovani cercano ancora di costruirci un qualcosa che possa contribuire alla crescita della nostra terra.

“In molti decidono di intraprendere al Nord degli indirizzi di studi esistenti anche qui. Nelle nostre università si impara tanto, abbiamo degli ottimi professori: esaltiamole le cose belle! Perché dovrei andarmene? Perché rinunciare? Sarebbe troppo semplice! Se noi tutti ce ne andassimo, chi rimarrebbe qui? Come riusciremmo a crescere?”.

Queste le parole di un’altra ragazza di Reggio, che come molti si vuole ancora aggrappare a quello che di buono la sua terra le potrebbe offrire.

“Qui ci sono tante risorse da sfruttare, prima o poi qualcuno ci riuscirà”, continua a dire. E come lei, anche tanti ragazzi prendono un altro tipo di decisione, sempre chiara e sempre ragionata a fondo: rimanere. Un verbo, questo, che invece si sente sempre più raramente, specie al Sud.

“Rimanere”, una scelta coraggiosa quanto quella di andare via, se non di più; una volontà talvolta soffocata dalle poche opportunità; una decisione che porta molti giovani a rinunciare ai loro progetti di vita per costruirsene degli altri, più “adattabili” a questo tipo di realtà; una determinazione che troppo poco spesso riesce nel suo obiettivo.

È un Paese, l’Italia, in cui ancora si sente parlare di Nord e Sud, e a far parlare sono anche questi tipi di situazioni, questi esodi “interni”, che si vanno ad aggiungere ad altri esodi “esterni”. Ormai, infatti, molti studenti, una volta terminati gli studi, o proprio per terminarli a dovere, portandosi dietro le loro valige prendono aerei e treni diretti all’estero; è la cosiddetta “fuga dei cervelli”, appetibile argomento di dibattiti televisivi e non.

“L’importante è che se ne parli”, recita un detto, ma in questo caso sono tante le parole da spendere e già spese: “fannulloni, nullafacenti” e più se ne ha, più se ne metta. Di queste “colpe” sono talvolta tacciati i giovani del Sud. Come sempre, si fa di tutta l’erba un fascio, e quindi è bene che se ne parli, si, ma che se ne parli nel modo corretto, in modo tale da smuovere le coscienze, da smuovere il sistema, e non solo quello del Sud.