La riforma dei porti: una sfida imposta dall’Europa

Un settore strategico che l’Italia non ha saputo valorizzare: l’Europa chiede al Governo maggiori investimenti, soprattutto nelle infrastrutture

portoCi siamo: il conto alla rovescia per la riforma della portualità italiana è ufficialmente partito. Mentre a Roma piovono strali sul Ministro Lupi, il dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti lavora intensamente sul dossier porti, temendo che la burrasca giudiziaria possa arrestare il processo in corso.

A spingere in questa direzione è la Comunità Europea, preoccupata dalla scarsa capacità d’investimento del nostro paese in un settore cardine. A destare perplessità nel Vecchio Continente è in particolare la penetrazione della politica nelle Autorità portuali, una penetrazione logorante che avrebbe determinato spesso e volentieri scelte controproducenti per gli enti. Da qui l’idea suggerita da Lupi: procedere con una spending review all’insegna dell’accorpamento. Un’idea che risulterebbe sterile, però, qualora non venissero riviste le funzioni e la capacità di fornire output efficaci da parte degli stessi enti.

La situazione dei porti italiani è in sé preoccupante: la carenza infrastrutturale rende possibili poli d’eccellenza appendici secondarie negli scali internazionali. L’Europa preme perché si progettino investimenti di lungo periodo, purché essi siano realizzati sulla scorta di un’analisi costi-benefici credibile. Su questo versante la fiducia verso Roma è limitata.

Fra le criticità da vagliare, c’è poi il problema del principio delle responsabilità. Le Province sono state abolite, ma fra Liberi Consorzi e Città Metropolitane non è ancora chiaro il mandato che ricadrà su ciascun ente. In tal senso l’UE lancia un monito: è indispensabile che le riforme amministrative non abbiano un effetto-paralisi all’interno del paese.

Prudenza, inoltre, viene chiesta all’Esecutivo italiano e agli enti locali: da più parti si manifesta ottimismo per la rinascita del settore, ma è un entusiasmo pernicioso, basato su volontà fittizie cui non sono ancora seguiti provvedimenti concreti. Come la Bce per la Grecia, anche la Commissione aspetta atti concreti prima di valorizzare gli sforzi del Belpaese.