Messina, suicidio Giovanna Vinci: giudizio ribaltato in Appello. Assolti Di Blasi e Chimenz, prescritto Crisicelli

Tribunale-di-Messina22 dicembre 2005, carcere di Gazzi. La detenuta Giovanna Vinci, indagata nell’operazione “Pino” per un’estorsione perpetrata ai danni di alcuni esercizi dell’Annunziata, riceve una comunicazione dal Tribunale sul suo caso giudiziario. Non sono buone notizie. E’ l’ora d’aria, la compagna di cella è uscita da poco, così Vinci, presa da un momento di sconforto, affetta – probabilmente – da una latente depressione, decide di prendere il lenzuolo, lo cinge al suo collo e si lascia cadere nel vuoto.

Il suicidio della donna fa sì che il pubblico ministero Federica Rende apra un fascicolo. Le indagini dell’autorità inquirente sono serrate: il pm cerca di capire se all’interno della casa circondariale qualcuno abbia sottovalutato il caso. La pratica si chiude con la richiesta di rinvio a giudizio per tre medici: si tratta di Carmelo Crisicelli, Linda Di Bilasi e Francesco Chimenz. I dottori finiscono nel mirino della magistratura. L’accusa è pesante: la loro imprudenza, la loro negligenza, avrebbe concorso a cagionare il suicidio della detenuta. Ai tre viene rimproverato, in particolare, un precedente: nell’esercizio della loro consulenza psichiatrica, gli imputati avrebbero omesso di prescrivere la sorveglianza a vista, a dispetto di un precedente tentativo di suicidio già perpetrato dalla Vinci. I familiari della donna si costituiscono parte civile.

carcereI medici non ci stanno e nel dibattimento, affidandosi ai legali, tentano di dimostrare la propria innocenza. Gli avvocati hanno le idee chiare: a dispetto delle ricostruzioni dell’accusa, l’evento era imprevedibile. La Vinci soffriva infatti la condizione carceraria, il regime detentivo che aveva indotto nella paziente uno stato di malessere. Nondimeno il quadro clinico complessivo dimostrava come il primo tentativo di suicidio, quello fallito, fosse un caso isolato: la donna aveva ingerito una razione eccessiva di pillole che usava normalmente all’interno della struttura. C’era, sì, sconforto; c’era, sì, ansia, ma come rivelano le consulenze degli psichiatri Micale e Marguglio la prevenzione del suicidio “è ancora oggi uno degli aspetti più difficili sia della clinica che della ricerca, non essendosi ancora individuato un comportamento suicidario definito e deducibile“. Gli stessi esperti, in giudizio, valutando l’operato di Crisicelli, Di Blasi e Chimenz, rivelano altresì che il trattamento psichiatrico e farmacologico era conforme e adeguato al quadro. Un parere, questo, condiviso per somme linee dalla criminologa Gaetana Russo.

Il punto allora è uno: si è trattato davvero di un evento ponderabile? O si deve tenere in considerazione la natura meccanica e impulsiva del gesto? Ci sono, poi, altri rilievi che i legali sollevano nel processo: la donna aveva raccontato alla compagna di cella i propri progetti per il Natale, la qual cosa testimonia la sostanziale tranquillità della Vinci. Di più: la sorveglianza a vista è un provvedimento invasivo, peraltro difficilmente attuabile in un carcere ove si registra la carenza di personale. Da qui la richiesta è netta: i legali esortano i giudici ad assolvere i medici perché il fatto non sussiste o, in subordine, per insufficienza di prove.

L’epilogo della mesta vicenda è arrivato poco fa. La Corte, che in primo grado aveva condannato i medici per omicidio colposo a dieci mesi di reclusione, in Appello ha dichiarato la prescrizione per Crisicelli (rappresentato dall’avvocato Barone), mantenendo però la condanna al risarcimento dei danni in favore dei familiari della vittima. Ha altresì assolto Di Blasi e Chimenz – difesi rispettivamente dagli avvocati Campioni e Candido – per non aver commesso il fatto. Proprio l’ultimo legale, a margine della sentenza, ha confessato la propria soddisfazione professionale: “ho creduto dal primo momento nell’innocenza del mio assistito e mi sono battuto per ottenerne il riconoscimento. La Corte di Appello di Messina ha liberato il mio cliente da un enorme peso morale e da un ingiusto discredito professionale“.