Messina, uno scippo silenzioso: Cerchio d’Oro e silenzi di fango

cerchio d'oroA Messina esiste un centro d’eccellenza, ma in pochi lo conoscono. Si chiama Cerchio d’Oro: è una struttura di diagnosi specializzata nella cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare, magnificamente retta dalla dottoressa Rossana Mangiapane, già dirigente medico e psichiatra.

Questa realtà opera sul territorio dal 2004, lavorando sottotraccia, svolgendo una funzione altamente significativa: attraverso un’equipe di esperti, il Cerchio fornisce assistenza a quasi 400 utenti, mica bruscolini. Sono messinesi, certo, ma vengono anche da altre realtà: dalla provincia, dalla Calabria, alcuni addirittura da altre regioni del Meridione. Una struttura così, nel Sud Italia, è una rarità. Eppure tale realtà è a rischio: la Sanità regionale destina al Cerchio risorse esigue, attraverso convenzioni semestrali, ed ottenere finanziamenti irrisori diventa un autentico calvario. Ciò scatena la preoccupazione dei pazienti e delle rispettive famiglie e alimenta perplessità sull’oculatezza delle politiche sanitarie: con uno stanziamento annuale di 130.000 euro si forniscono, infatti, prestazioni d’eccellenza e si evitano i ricoveri esterni dei pazienti siciliani, ricoveri che avrebbero un impatto certamente maggiore sulla finanza regionale.

L’ultimo rinnovo, agognato e sofferto, è arrivato a Febbraio: senza di esso diverrebbe impossibile pagare i contratti del personale medico sanitario, personale precario che con dovizia opera per garantire un’efficace assistenza. Soltanto con l’impegno di un’associazione, la Korakanè (che domenica celebrerà la giornata del Fiocchetto Lilla), si è riusciti a intervenire sanando l’emergenza all’ultimo momento, in Commissione Sanità.

Per la filiale della Banca d’Italia, per la Camera di Commercio cittadina si sono mossi mari e monti. Politici più o meno avveduti, uomini delle istituzioni e rappresentanti di categoria hanno gridato allo “scippo”. Per il Cerchio non si muove nessuno, di là dall’asfissiante retorica di circostanza. Un anno addietro il sindaco Renato Accorinti s’impegnò in prima linea: garantì che Palazzo Zanca avrebbe fatto da filtro con l’Assessorato regionale per risolvere una volta per tutte la situazione. Dodici mesi dopo la Borsellino non si è vista ed anche il primo cittadino ha espresso delle ottime intenzioni che non si sono tradotte in azioni concrete.

Così ad Agosto tutto verrà nuovamente messo in discussione e tanto i medici quanto i pazienti dovranno impegnarsi nuovamente in una lunga trafila burocratica, che esula dalle loro competenze, peraltro sotto il solleone. C’è un’ulteriore minaccia: l’apertura ai privati che la Regione potrebbe presto decretare da un lato rappresenterebbe un passo in avanti sotto il profilo della sensibilizzazione e delle cure, dall’altro rischierebbe inesorabilmente di sterilizzare un patrimonio di competenze rodate sul campo. Sì, perché se il privato offre il servizio, al pubblico – in tempi di spending review – può venire la tentazione di dismettere le proprie responsabilità. Lo fanno gli altri, che problema c’è? E qui casca l’asino, perché un centro d’eccellenza rischia concretamente di essere smantellato per far posto ad una cattedrale nel deserto, magari sotto l’ombra dell’Etna o nella Palermo bene.  Su questo punto l’Amministrazione Comunale e la deputazione regionale non hanno nulla da dichiarare?