Le accise sulla benzina: una singolarità tutta italiana

di Kirieleyson - Quando c’è da affrontare un evento eccezionale, che comporta un costo imprevisto, sia nel caso si tratti di una famiglia o si tratti di una azienda, si è costretti a trovare le risorse per superare il problema: cioè ridurre le spese o attingere ad un prestito.
Terminato il periodo difficile, si può tornare poi alla normalità.
Lo Stato, al contrario di quanto sono in grado di fare le famiglie e le aziende, ha invece anche un altro strumento: mettere una nuova tassa destinata espressamente alla risoluzione del problema.
Successe così quando il governo Prodi, per aggiustare i conti al fine di rientrare nei parametri richiesti per l’ingresso nell’Unione europea, istituì una tassa ad hoc (la tassa sull’Europa); accadde così anche in precedenza, quando, sempre per “aggiustare” i conti, fu decretato un prelievo forzoso sui conti correnti in attivo dei cittadini. Ma quelle misure erano “una tantum” e, per quanto spiacevoli, non pesarono più in futuro sui contribuenti e servirono, comunque a raggiungere uno scopo ben preciso.
Chissà perché, invece, ci sono delle particolari tasse, più tecnicamente definite accise (ma che pur sempre di tasse si tratta) che, pur imposte con la finalità di affrontare eventi eccezionali, invece sono poi rimaste.
Stiamo parlando delle accise sui carburanti, che peraltro gravano talmente sul prezzo al pubblico (per ben oltre la metà) e che fanno dell’Italia il paese, nel mondo, in cui la benzina costa di più.
L’inventore dell’accisa straordinaria sulla benzina fu, nel 1935, niente meno che il governo Mussolini, che la impose per pagare i costi della guerra di Abissinia (come se la Guerra di Abissinia fosse stata una disgrazia piovuta dal cielo).
Dopo vent’anni circa (era il 1956) il governo di allora impose una tassa straordinaria sulla benzina di 14 lire al litro per i maggiori costi derivanti dalla chiusura del canale di Suez.
C’è da dire che, finita la crisi, il canale fu poi nuovamente aperto, ma l’accisa rimase.
Nel 1963 vi fu il disastro della diga del Vajont, nel 1966 l’alluvione di Firenze, nel 1968 il terremoto nel Belice, nel ’76 quello nel Friuli e nell’80 quello in Irpinia.
Ad ogni disastro lo stato impose una nuova tassa sui carburanti, al fine di racimolare le risorse per riparare i danni causati da quegli eventi imprevisti ed imprevedibili: per i primi tre eventi l’accisa aggiuntiva fu di 10 lire e quindi, rispettivamente di 99 lire per il Friuli e di 75 per l’Irpinia.
Finiti i terremoti ci fu in seguito la necessità di finanziare le missioni militari nel Libano (1983, con 205 lire di accisa) e in Bosnia (1992, con 22 lire di tassa).
L’aumento straordinario ( 0.02 euro) dell’accisa sulla benzina trova poi, nel 2004, una inedita giustificazione “ il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri”.
Ma quando la situazione diventò grottesca fu nel 2011, quando si assistette all’aumento delle accise per il finanziamento “della manutenzione e la conservazione dei beni culturali e di enti ed istituzioni culturali” (0,0073 Euro), come se queste spese non dovessero rappresentare la norma, in una paese civile e le risorse per esse non dovessero essere previste nel bilancio ordinario.
Sempre nello stesso anno si fece fronte, con lo stesso sistema, all’emergenza per la crisi libica (con euro 0.040) e quella per l’alluvione in Liguria e Toscana (euro 0.089).
Quest’anno il Governo Monti, sempre alla ricerca spasmodica di fondi, ha decretato infine un ulteriore aumento dell’accisa su benzina e gasolio per altri 0.112 euro, con la motivazione «Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici».
Recentemente il Governo ha decretato di consolidare l’accisa, cioè che questa deve intendersi definitiva.
Orbene, la gente si chiede: ma la guerra in Abissinia e la crisi di Suez, durano ancora?
Ed ancora: ma le emergenza, nel nostro paese, avranno mai una fine?