Aeroporto dello Stretto: così muore il sogno dell’Area Integrata. Sicilia e Calabria sempre più lontane

Messina pronta a dire addio alla Sogas. L’area metropolitana dello Stretto non s’ha da fare: mancano le infrastrutture e la volontà politica

stretto di messinaMessina e Reggio vanno concepite come un’unica realtà. Quante volte abbiamo sentito questo ritornello? Quante volte abbiamo letto accorati appelli a superare i reciproci campanilismi per costruire ponti, gettare reti, creare sinergie? Quante volte abbiamo assistito a dibattiti o vertici sull’Area integrata e sulla conurbazione?

Ebbene, col passare del tempo, non soltanto la capacità di costituire un network fra le due Regioni non ha fatto passi avanti, ma le due città si sono addirittura mosse in direzione diametralmente opposta, procedendo a passo di gambero. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, lo abbiamo registrato ieri sera: la Provincia Regionale di Messina ha deciso di abbandonare la Sogas a se stessa, con un affettuoso saluto all’Aeroporto dello Stretto.

ponte sullo strettoPrimo elemento allarmante. In passato abbiamo boicottato il progetto Ponte per tutta una serie di ragioni: la prima, senza ombra di dubbio, era la sostanziale difficoltà nel realizzare un’opera di tale complessità. Senza scendere nel dettaglio, mentre chiedevamo ridicolmente i soldi delle opere compensative – fondi che sono ovviamente sfumati poiché è venuto meno l’interesse degli investitori – la Impregilo si muoveva in sede internazionale aggiudicandosi i lavori del nuovo Canale di Panama. Altro che cattedrale nel deserto. Adesso viene preso di mira l’aeroporto reggino, proprio mentre si fantastica sulla possibilità di creare una simile infrastruttura nella Valle del Mela. Anziché potenziare una risorsa già esistente, si creano castelli in aria: sembra quasi una crociata contro le infrastrutture e la mobilità, l’importante è salvaguardare il “ferribotte”.

provincia regionale messinaSecondo elemento allarmante. La scelta in termini economici potrebbe perfino essere comprensibile, se lo stesso ente avesse tenuto la medesima condotta nei suoi innumerevoli contenziosi. Perché ricevere un decreto ingiuntivo da 430mila euro può non scaldare i cuori di Palazzo dei Leoni, ma nemmeno i 530mila euro pretesi dall’Asi, il consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale, sulla carta sembrano bruscolini. In quell’occasione, si è aperto il portafoglio per liquidare la pratica, nonostante l’ente avesse già deliberato la fuoriuscita dal consorzio, nonostante i versamenti chiesti fossero cresciuti unilateralmente (senza cioè l’ok della Provincia) e nonostante l’Asi avesse chiuso i battenti confluendo nell’Irsap di Alfonso Cicero. Stesso discorso si potrebbe fare, con cifre meno ridondanti, per l’Ente Fiera, per le Aiccre e per tante sigle di dubbia utilità. La Sogas offre un servizio, quale contributo abbia dato l’Asi è ancora difficile capirlo.

falcomatà accorintiTerzo elemento allarmante. Nella vuota retorica politica, tanto Renato Accorinti quanto Giuseppe Falcomatà mirano ad investire sulla partnership fra le due metropoli. Benissimo, ma – come direbbe Pietro Lo Monaco – le chiacchiere se le porta via il vento. Il progetto della flotta comunale è sparito, lo stesso assessore Sebastiano Pino l’ha bollato come irrealizzabile, evidenziando la volontà di Palazzo Zanca di creare le condizioni per cui se ne possa discutere in futuro. Campa cavallo. La Provincia fa “ciao-ciao” con la manina agli aerei che partono da Reggio e fra Metromare e FS la precarietà nei trasporti siciliani sta diventando un dato costante. E’ normale chiedersi come dovrebbero integrarsi queste due benedette città secondo le rispettive Giunte.

Da queste parti siamo piuttosto realisti: non crediamo, cioè, che la politica da sola possa trovare la soluzione ad ogni problema. Pensiamo, però, che chi governa una città abbia non soltanto il diritto, ma il dovere di creare una cabina di regia in termini di progettualità. E’ troppo semplice dire che Messina e Reggio devono cooperare: bisogna indicare la rotta, spiegare alle rispettive comunità come concretamente s’intenda agire. Altrimenti si rischia d’incappare nelle maglie della tagliente battuta di Stanislaw Lec: “Eppur si muove! Va bene, ma in quale direzione?“.