Sicilia: “lo sbarco dei ‘nuovi schiavi’ in agricoltura”

In un fermo immagine tratto da un video diffuso dalla Polizia di Stato di Ragusa il 3 agosto 2014, un momento delle operazioni di soccorso dei 355 migranti provenienti dal Bangladesh, dalla Siria e dal Centro Africa, tra cui numerosi minori e neonati, da parte della nave Bonita Piraeus giunta ieri a Pozzallo. ANSA/ US POLIZIA DI STATO +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++I nuovi schiavi in agricoltura arrivano con i barconi dall’Africa o vengono reclutati nei centri di accoglienza. Esiste un vero e proprio Mercato delle Illusioni: i lavoratori migranti, in cambio di un approdo nel vecchio continente, sborsano migliaia di euro ad affaristi e colletti bianchi in cambio di finti rapporti di lavoro e permessi di soggiorno contraffatti. La piaga del lavoro nero in agricoltura è al centro del nuovo numero di ASud’Europa, rivista del Centro Pio La Torre, che sarà presentato domani mattina presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Agrarie di Palermo (viale delle scienze). Il Rapporto realizzato in stretta collaborazione con la Flai-Cgil siciliana, denuncia e documenta quanto siano estesi, con la crisi, lavoro nero e nuove forme illegali del mercato nell’agricoltura siciliana. A far riflettere è soprattutto il dilagare di forme moderne di caporalato e di sfruttamento dei nuovi immigrati presenti nei centri di accoglienza presenti in Sicilia. C’è chi ha dovuto pagare cinque, sei o perfino dieci mila euro per arrivare in Italia, con un barcone verso le coste italiche nel caso dei migranti africani o medio orientali, o con un visto turistico, come nel caso di indiani e bengalesi, o semplicemente con pullmini organizzati dalla Romania o dalla Bulgaria. Il meccanismo è sempre lo stesso: un intermediario promette un lavoro regolare e un permesso di soggiorno, poi dopo aver affrontato un vero e proprio viaggio della speranza per arrivare in Italia e dopo essersi indebitati fino al collo, i migranti non troveranno nulla di tutto ciò, ma per ripagare il debito contratto saranno disposti a lavorare in nero. Saranno poi altri intermediari presenti sul territorio italiano, spesso caporali etnici, a gestire la tratta interna e smistare la manodopera laddove ce n’è più bisogno, per conto di imprenditori italiani senza scrupoli. Solo in Italia sono circa 400 mila i lavoratori e le lavoratrici esposte al lavoro nero o grigio in agricoltura, di cui circa 100 mila sottoposti a condizioni di caporalato e grave sfruttamento paraschiavistico. Un dato che non può sorprendere gli osservatori più attenti, visto che secondo le principali Istituzioni europee sono circa 880 mila i lavoratori forzati in tutto lo spazio comunitario e che la tratta degli esseri umani genera profitti per circa 25 miliardi di Euro alle organizzazioni criminali internazionali.  “Il caporalato segnala un passo indietro che va fermato – scrive nel suo editoriale il presidente del Centro La Torre, Vito Lo Monaco – con una presa di coscienza collettiva del pericolo dell’indebolimento dei diritti non solo per i lavoratori agricoli. Il caporalato è ormai un reato punito, ma ciò non basta a prevenirlo e garantire il rispetto della dignità della persona e della legalità per tutti, europei e immigrati. Al rispetto di questa va subordinato l’accesso alle agevolazioni pubbliche, come chiesto dal sindacato e annunciato anche dall’assessore regionale all’agricoltura che ipotizza una premialità per le aziende agricole che adottano i protocolli di legalità”