Sicilia, l’area Civati molla il Pd: il vento scissionista e la sindrome Tafazzi

CivatiIl centralismo democratico è stato sacrificato sull’altare del compromesso storico, così la sinistra italiana ha assunto i tic nervosi della Dc, il partito-nazione per eccellenza. Un tempo i congressi delle forze progressiste erano autentici spartiacque: le diverse componenti si pesavano e chi vinceva dettava la linea, ascoltando sì l’opposizione interna, ma rivendicando al contempo – con la forza dei numeri – la propria visione della società.

L’ascesa di Renzi e la fine della Seconda Repubblica, mestamente sostituita da una Repubblica 2.0, hanno stravolto i giochi. Adesso, paradossalmente, è un ex boy-scout di cultura cattolica che reclama il diritto di governare secondo il mandato ricevuto dalla base, mentre i massimalisti traditi, i cultori dell’appartenenza, sbandano sulla corsia di sinistra nel tentativo di rinsaldare vecchie alleanze.

La decisione dei civatiani siculi di uscire dal partito è emblematica: più per la forma che per la sostanza. “C’è un disagio diffuso tra iscritti e militanti del Pd per il rischio di una mutazione valoriale e politica del partito con l’ingresso di deputati e rappresentanti istituzionali che provengono da percorsi politici e personali opposti e incompatibili con quelli di uno schieramento di centrosinistra” dichiarano all’unisono Piero David e Antonella Monastra, ai vertici dell’area Civati in Sicilia. Così si torna a parlare della “Cosa“, probabilmente in memoria di Achille Occhetto. E’ un triste salto nel passato che non tiene in considerazione i cambiamenti avvenuti a livello sociale: sì, perché se il centralismo è morto, anche la militanza non si sente tanto bene.

gavino angiusParafrasando il grande vecchio, Pietro Nenni, in un modo o nell’altro quando un esponente d’area lab giunge al governo del paese, trova sempre qualcuno più puro che lo epura. E’ un riflesso condizionato e la memoria non va tanto a Bertinotti, che spedì al macello Romano Prodi regalando la freccia dell’instabilità all’arciere di Arcore, ma ai tanti esponenti del celodurismo rosso spariti dalla circolazione. I vari Gavino Angius, Cesare Salvi, Fabio Mussi, Marco Rizzo, Alfonso Pecoraro Scanio, politici di ogni latitudine e longitudine accomunati dall’idea che essere di sinistra voleva dire essere sempre “altro”.

Adesso è il turno di Civati: mentre il sindacato vive un’emorragia di consensi, l’esponente della minoranza democratica si è convinto che la defezione di Landini, congiunta agli ammiccamenti di Vendola, significhi qualcosa. E così, nella consueta schizofrenia di chi vorrebbe uscire ma non può, presenta la Sicilia come un laboratorio modello: a livello nazionale la nave non si abbandona, ma si alimentano i danni all’imbarcazione assecondando l’anticiclone meridionale.

E’ vero, Rosario Crocetta è un governatore a intermittenza, una personalità istrionica che quando avverte difficoltà si reca in Procura a denunciare giganteschi scandali che, in media, spariscono dalle prime pagine nel giro di mezza mattinata. Se però non si condivide questo percorso, se si ritiene che l’Esecutivo nazionale sia parte dei problemi e non la soluzione ad essi, allora si ha il dovere della coerenza e della trasparenza: si consumi subito la scissione in ogni sede e si rimettano le proprie valutazioni al giudizio dell’elettorato. Aspettare la bonaccia favorevole forse è oculato, di certo puzza di vecchio.