Reggio, disabilità e scuola: “l’integrazione è ancora lontana dal comune modo di pensare”

disabili7di Vito Crea- Quale genitore di una ragazza disabile, impegnato personalmente e con l’associazione ADDA per la difesa dei diritti di mia figlia Francesca e degli altri ragazze e ragazzi in condizioni di disabilità, non posso esimermi dal denunciare, con indignazione mista a rabbia, la situazione che si è venuta a creare nella scuola frequentata da Francesca, il plesso del borgo dell’Istituto Comprensivo di Bovalino, essendo venuto a conoscenza del fatto che la presenza estemporanea di Francesca negli spazi comuni urta, diciamo così, la suscettibilità di alcuni genitori che temono, immagino, che i loro pargoli possano essere, chissà come, contaminati da una ragazza affetta da autismo. Poiché alcuni di questi genitori sono perfino giunti nella determinazione di spostare i figli presso un’istituzione scolastica privata, non posso che trarre amare conclusioni sull’incultura imperversante e sull’incapacità della scuola e in generale delle istituzioni, di porre un valido argine ad atteggiamenti che affondano le loro radici, verosimilmente, in tare storiche e ambientali rispetto alle quali, evidentemente, non potremmo fare altro che arrenderci . Siccome però è lungi da me qualsiasi idea di resa, continuerò a battermi, finché avrò forze e anche dopo, per la piena integrazione scolastica di mia figlia e di tutti gli altri ragazzi/e disabili, convinto come sono che molti problemi nascono dall’insipienza di chi, invece di porsi con energia e in modo volitivo nel perseguimento dell’integrazione, asseconda atteggiamenti che solo usando un eufemismo possiamo definire meschini. Ma poiché non tutto il male viene per nuocere, gli ultimi sviluppi della vicenda di Francesca possono servire per gettare luce su una prassi didattica nei confronti della disabilità che è stata finora tollerata ma rispetto alla quale, da adesso in poi, eserciterò, per quanto mi riguarda, la tolleranza zero. Sono state, infatti, proprio le difformità rispetto a questa prassi poste in essere dall’insegnante di sostegno di Francesca a scatenare le apprensioni di genitori e forse anche maestre, tutti da sempre convinti che la didattica del sostegno debba farsi in aule-ghetto,  attrezzate unicamente per la disabilità, evenienza questa che contraddice in toto il dettato costituzionale e le norme che prescrivono il perseguimento della piena integrazione. Obiettivo, quest’ultimo, che richiederebbe spazi dedicati e strumenti idonei a favorire l’apprendimento in rapporto alle diverse patologie, sulle quali dovrebbe essere fatta un’accurata informazione, essendo peraltro la didattica del sostegno finalizzata non al singolo alunno ma alla classe, che andrebbe perciò messa, nella sua interezza, nella condizione di supportare l’handicap. Tutto questo –e tanto altro previsto dalla legge- finora non c’è stato o c’è stato in modo discontinuo e/o a macchia di leopardo. Prova ne sono i numerosi interventi dell’ADDA sulle varie questioni, dalla sospensione dell’equipe pedagogica agli assistenti educativi, questioni che riflettono un approccio spesso approssimativo e superficiale al problema della disabilità soprattutto da parte delle istituzioni. Contro tale approccio garantisco che, assieme agli amici dell’ADDA e di tutte le altre associazioni, continuerò a battermi con ogni mia energia.