Libia: “una missione militare guidata dall’Italia sarebbe un disastro clamoroso”

libia SirteL’opzione militare per risolvere la crisi in Libia e frenare l’avanzata dello Stato islamico (Is) nel paese sarebbe un “disastro”, soprattutto se la guida di un eventuale intervento sotto l’egida dell’Onu fosse affidata all’Italia. Ne è convinto il principe Idris al-Senussi, che si considera erede al trono di Libia. “Si aprirebbero scenari di vera guerra – dice al-Senussi in un’intervista ad Aki-Adnkronos International – I libici non potrebbero mai accettare” un’operazione militare guidata dall’Italia, ex potenza coloniale. Il nipote di re Idris, che regnò fino al golpe del 1969 con cui Muammar Gheddafi fondò la Gran Giamahiria, sostiene quindi la soluzione politica, per la quale “bisogna agire in fretta” ed evitare gli errori del passato. Ma certo, per il principe, “sbaglia chi parla di conquista delle coste mediterranee della Libia da parte dell’Is”. “Non c’è stata una conquista – afferma – ma potrebbe esserci se non si agisce in fretta. L’Is in Libia è un’assoluta minoranza e anche le minacce che rivolge all’Europa e all’Italia non sono concrete, ma vanno affrontate finché si è in tempo”. L’opzione politica è quella su cui la comunità internazionale si muove in queste ore. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunirà nelle prossime ore e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, nel suo intervento di questa mattina alla Camera, ha affermato che “l’unica soluzione è politica”, ma “il tempo e a disposizione non è infinito e rischia di finire presto, pregiudicando i fragili risultati raggiunti”.   “Staremo a vedere cosa verrà fuori dalla riunione del Consiglio di Sicurezza”, dice il principe Idris, che da anni vive in Italia. A suo giudizio, la Libia necessita di una soluzione “aiutata” dalla comunità internazionale, ma generata dall’interno e in particolare dalle “forze musulmane moderate”. Altrimenti, per al-Senussi, si avrebbe una nuova contrapposizione dei “cristiani contro i musulmani”. La chiave, per l’erede al trono, è tutta religiosa, come religiosi sono gli argomenti che usano i terroristi dell’Is per attrarre “le giovani masse arabe”. “E’ necessario – dice – che tutti i paesi interessati facciano uno sforzo per fermare le proprie ingerenze e lasciare che i libici rivalutino e ricostruiscano l’unico collante che per due secoli ha tenuto insieme etnie e tribù: il credo religioso diffuso nell’area della Senussiya”. La Senussiya è la confraternita islamica legata alla famiglia del principe e largamente maggioritaria in Libia. Nel paese, spiega al-Senussi, “la confraternita è ancora l’unica autorità detentrice di una fede ispirata ai principi e ai valori di un Islam sunnita moderato, discendente da una interpretazione corretta del Corano” e in grado di contrastare la “versione blasfema” del libro sacro professata dall’Is, che purtroppo “tanto attrae le giovani masse arabe”.  Il principe rivendica quindi senza mezzi termini un ruolo per la sua confraternita e per la sua famiglia. Per la comunità internazionale, la via “è il dialogo con la Senussiya – dice – e la costruzione di un percorso politico che rispetti le nostre autonome tradizioni, che significa rispettare la nostra identità, la nostra storia, l’originalità della nostra cultura”. Alcuni stati della comunità internazionale si sono già mossi in questo senso, contattando il principe e la sua confraternita. Ma non l’Italia. “Ho avuto e ho tuttora dialoghi e incontri con ministri e autorità di governi occidentali – dice al-Senussi – e ho messo a disposizione la mia esperienza, la storia e il contributo che la Senussya ha dato alla Libia e all’Africa confinante in due secoli. Ma purtroppo il paese nel quale risiedo da 40 anni questo interesse non l’ha manifestato”. L’importante, per al-Senussi, è non rifare gli errori del passato. Rispetto alla crisi politica in corso, con due governi e due parlamenti che si contendono il potere in Libia paralizzando il paese, “ci si muove tardi, sono stati sciupati quattro anni – dice – Invece di aiutarci a progettare il nostro futuro, che è anche il futuro del Mediterraneo, quando si è arrivati alla conferenza internazionale di Roma (a marzo 2014, ndr) sono prevalsi gli interessi particolari, lacerando quel poco tessuto connettivo che permetteva un delicato stare insieme”. Fu così, secondo il principe, che pochi giorni dopo “il governo di Ali Zeidan fu messo inesorabilmente in crisi”. Un errore “da non ripetere”.